Aaron Fisher Parte I (Inedito)

Aaron Fisher Parte I (Inedito)

claudia crocioni No Comment
Spazio Libero

2 Ottobre
Aaron Fisher

Non era prettamente caldo. In effetti, appena aperta la porta di casa mi venne addosso una brezza fresca che mi svegliò con prepotenza. Smettila di essere rimbambito! Non puoi vivere perennemente assopito. Stacci con la testa! Questo mi suggeriva quell’arietta. Ero a mezze maniche ma forse dovevo cambiare abitudine. In ottobre la stagione era agli sgoccioli e presto mi sarei cercato un lavoretto invernale. Ecco il porto turistico. Chiusi casa a chiave. Il vecchio portone azzurrino di legno sverniciato cigolò. Abitare così vicino alla baia mi piaceva da matti, più vicino era il mare e meglio stavo. Le nuvole lattiginose e grigie volavano basse sul cielo di Bluehill. Le piccole imbarcazioni dondolavano dolcemente in silenzio mentre se ne stavano attraccate ognuna al loro posto. Presi a camminare lungo la stretta via che circondava il molo, il suo perimetro era un rettangolo e proprio dall’altra parte mi aspettava la Skyline, il catamarano sul quale lavoravo, appunto, durante la stagione estiva. Ma qualcosa nell’aria stava cambiando radicalmente. C’era odore di pioggia e il cielo era grigio, tanto grigio che anche il Jolly Bar sembrava non aver più colore. Bluehill quella mattina ara in bianco e nero, e l’aria era cambiata, più secca e più fredda.
Dall’altra parte della strada qualcuno mi chiese gridando se volessi prendere il caffè, era un mio vecchio amico seduto a uno dei tavolini d’acciaio all’esterno del Jolly.
Risposi che l’avrei bevuto al ritorno.
Prendevo sempre un caffè al Jolly la mattina ma erano due settimane che avevo spesso la nausea e non riuscivo a mangiare quasi più niente. Misi le mani in tasca e filai dritto. Sulla destra osservavo alcuni gommoni, scafi e barchette a motore o a vela. Alla mia sinistra i negozietti ancora chiusi del porticciolo.

Arrivato alla Skyline vidi Peter seduto dentro la casetta di legno che fungeva da biglietteria, proprio affianco al suo catamarano.
“Sapevo che non l’avresti fatto!” mi disse scrutandomi cupo.
Aveva un’aria severa, la sua solita espressione. Le sopracciglia bianche e bionde bruciate dal vento e dal sale se ne stavano corrucciate sopra due occhi neri e bui.
Si passò una mano vissuta sulla barba fitta e ingrigita. Poi tornò a timbrare un blocchetto di ticket.
“Non me li taglio i capelli, ci ho messo tanto a farli crescere, alle ragazze piacciono” risposi.
“Alle ragazze piacciono perché scambi con loro consigli sulla tintura e sul balsamo”
“Ancora con questa storia? Non mi tingo i capelli, si schiariscono al sole! Ok?”
“Sì, come no…” fece su e giù con la testa.
Odiavo quando faceva l’ottuso in questo modo. Era un uomo di mare all’antica, classista, di una chiusura mentale asfissiante. Però Peter aveva un grande cuore. Mi avrebbe prediletto se non fosse stato per i tatuaggi e i capelli lunghi.
“Vado in cabina” dissi attraversando la passerella che consentiva di salire a bordo. Il ponte scricchiolava sotto le mie scarpe antiscivolo, fra la plastica bianca e l’umidità del pavimento appena lavato. Il detersivo che usava Nancy aveva un odoraccio. Quasi come se mi avesse letto nel pensiero, Nancy sbucò dal salottino interno.
“Grazie a dio non li ha tagliati, i tuoi capelli sono fantastici e mio padre è un rompipalle”.
Arrestai la mia avanzata e la guardai poggiarsi su un’anca e incrociare le braccia lunghe e un po’ ossute.
“Dice che mi tingo biondo”
“Beh, anche se fosse!? Con gli occhi chiari il biondo sta bene”
“No, anche tu? Sto tutto il giorno su un catamarano, ovvio che i capelli si schiariscano!”
“Anche io sto tutto il giorno qui ma…”
“Tu sei mora Nancy… e poi non dire che tuo padre è un rompipalle perché poi se la prende con me. E smettete di pensare ai miei capelli”
“Ma…”
Sciolsi la mia posa solenne per raggiungere finalmente la cabina, passando oltre Nancy.
Era una ragazza graziosa, molto ingenua, sincera. Solo che l’avevo vista crescere e sapevo che adesso la attraevo. Il fatto mi sconvolgeva perché Peter avrebbe ucciso entrambi se solo lo avesse sospettato. E mi disturbava profondamente pensare a lei in qualche modo strano, la consideravo una sorella minore e quando lessi sul suo diario quei commenti sulla mia persona rimasi veramente come un ebete. Comunque lei non sospettava che io conoscessi il suo piccolo segreto, quindi cercavo di tirare avanti tenendola il più possibile a distanza.
Aprii la porticina bianca della cabina e accesi la luce della lampadina che penzolava appesa a un filo al centro della stanzetta quadrata dal soffitto basso. Non che illuminasse poi tanto, ma almeno potevo vedere l’armadietto di latta sulla destra e lo specchio sopra al piccolo lavandino intaccato di fronte a me.
Aprii l’armadietto e scrutai la foto di Keasy attaccata con la gomma adesiva alla parte interna dello sportello.
“Mi sforzo di ignorarti, ma per ora … vaffanculo” la invitai.
Sarà che sentivo freddo, freddo nelle ossa e sotto la pelle, così presi la maglietta impermeabile a maniche lunghe. Mi sfilai la t-shirt e la buttai dentro senza piegarla. Mi si drizzarono i peli sulle braccia, forse perché Keasy mi osservava con i suoi occhi nocciola e la sua espressione a metà fra un ghigno e un sorrisetto compiaciuto, mentre si scansava i capelli bruni da una spalla scoperta. Era sempre stata estremamente lungimirante e forse aveva presagito la farsa che aveva in serbo per me.
Chiusi l’armadietto quasi sbattendolo e poi mi voltai verso lo specchio. Quello specchio che rifletteva il me che gli altri vedevano. Mi avvicinai alla mia faccia con fare analitico e quella riflessa si avvicinò a me. Ci guardammo negli occhi. Volevo capire chi fosse quel tizio che gli altri vedevano e credevano di conoscere così bene, vidi le mie ciglia, poche e bruciacchiate. Vidi delle macchiette nere, piccole come puntini, intaccare il colore azzurrastro della mia iride. Vidi il mio naso anonimo e la mia bocca serrata, le labbra mi parevano storte, ma forse la loro era solo una smorfia. La mattina non mi ero raso e già intravedevo l’ombra della mia barba rossastra. La nostra persona non esiste, non esiste un “io” non esiste un “sé”. Esserne consapevole mi rasserenava. Infilai la maglia da sub, fastidiosamente stretta. Tolsi la tuta e sotto già avevo il pantaloncino del costume. Mi disfai il codino e tirai bene i capelli dietro la testa, avvolgendoli su loro stessi e fermandoli con l’elastico. Ero pronto ad uscire dalla mia cabina.

Fine parte I
(Aaron Fisher. di Claudia Crocioni. Diritti riservati)

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