Confessioni di un falsario d’arte (racconto inedito)

Confessioni di un falsario d’arte (racconto inedito)

Flavio Andriani No Comment
Spazio Libero

Il mio nome è Federico Albani, nome puramente immaginario che nulla toglie alla veridicità della mia storia. Vi è il piacere personale tipico di molte confessioni. La mia, tuttavia, differisce dalle altre solo perché è da considerare meno esecrabile di tanti altri reati del codice penale. Sono uno spacciatore della bellezza. Vendere famose opere d’arte contraffatte, da me riprodotte con pazienza certosina, vederle acquistate e poi aggiudicate in aste internazionali, è sempre stato, credetemi, il mio piacere impalpabile. Eppur palpabile nei quattrini ricavati che mi hanno consentito un tenore di vita sopra le righe, nella aristocrazia del mio crimine perpetuato a oltranza. Fino a ieri. Cosa mi ha fermato, ci si chiederà. La semplice voglia di smettere. O forse la saggia decisione di abbandonare il tavolo da gioco al momento giusto, ciò che raramente accade tra i giocatori d’azzardo. I grandi guadagni accumulati in tanti anni, li avrei persi in un sol colpo se un giorno mi avessero arrestato. Perché il punto è proprio questo. Non sono stato mai scoperto. Ho evitato, più per fortuna che per vera scaltrezza, pesanti condanne architettate da zelanti giudici e da grigi quanto esperti marescialli dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Uno di loro in particolare fu la mia ossessione, e io la sua. Non gli riuscì mai di risalire al mio nome, complici i miei amici galleristi, omertosi fino alla morte. Cominciai che ero uno svogliato liceale. Ho smesso ora che sono un signore più che cinquantenne. Non sono pentito, semmai imbarazzato, quando visito collezioni private, musei, e mi imbatto ancora oggi in alcuni dei miei falsi che ora lì giacciono esposti, illuminati da eleganti fasci di luci a led. E’ forse questo il premio che mi è sempre mancato: il riconoscimento per aver riprodotto quadri di una bellezza a volte disarmante. Esiste un quadro di Rosai, uno dei primi fatti da me, che porta la mia firma sotto gli strati di colore a olio. Ci vorrebbe una scansione a raggi X per svelarla. Oggi è ancora esposta in un importante museo americano. A quello ne seguirono tanti altri. Un giorno io e mia moglie eravamo a Firenze, a Palazzo Strozzi, dove c’era una grande esposizione di Rosai. Passammo davanti a un quadretto, 15×35 che avevo dipinto quindici anni prima. Mia moglie lo riconobbe. Alzando l’indice per dire ” ma quello…” la dovetti zittire e trascinare via. Per anni ho condotto una doppia vita. Svolgevo un lavoro che nulla aveva a che fare con l’arte, ma che serviva a darmi un ruolo corretto, per la società, per i conoscenti. Era come essere un agente segreto. Nella mia mansarda poi, il tempo restante era dedicato alle riproduzioni. Infine divenne il mio lavoro a tempo pieno. Bisognava studiare continuamente, sperimentare, viaggiare, mantenere contatti con galleristi audaci e mercanti senza scrupoli, comprare il loro silenzio, senza esagerare. Loro proponevano la cifra, prendere o lasciare. Io prendevo. Non mi lasciavo ingolosire dalle grandi cifre. All’inizio mi accontentavo. Mi specializzai nei dipinti Italiani. Carrà, Rosai, De Chirico, Casorati, Fontana, Schifano. Il barocco, oltre che impegnativo era anche più rischioso. I maestri del Novecento italiano divennero invece la mia fonte principale. I primi De Chirico li vendetti ad alcuni galleristi di Fiuggi e Montecatini. Località ideali in cui commendatori dalla vescica malmessa, scatenavano le loro velleità di fini intenditori. Era tuttavia mortificante per me, imbrogliare i sedicenti e a volte ignoranti esperti d’arte. Lo trovavo disonesto. La mia ambizione era invece che un giorno i miei quadri fossero periziati dal più grande esperto di arte, italiano, morto anni fa. Si chiamava come me, col mio stesso nome di battesimo. Solo lui riusciva a individuare un falso dall’originale leccandolo. Consulente del Paul Getty Museum, insegnò loro che in una scultura, gli acidi e i reagenti restano per decenni. Una scultura antica insapore… può essere dunque originale. Nel mio caso non avrei avuto scampo. I miei guadagni levitarono parecchio quando decisi di dedicarmi alle riproduzioni di Pollock. Anzi. alle “produzioni”. L’action painting non poteva essere imitato esattamente. Meglio dipingere i suoi quadri con la stessa tecnica e presentarli come inediti. Una delle ultime opere con cui mi congedai, (un Pollock 180×180), fu acquistata nel 2001 per la cifra di 120 milioni di lire. Poi fu acquistata dal Stedelijk Museum di Amsterdam per circa ottocento milioni. Cosa mi resta oggi di tutto questo? Soldi a parte, un solo desiderio: essere scoperto. Vi offro tutta la mia confessione, la mia consulenza, le mie informazioni, il mio sapere, in cambio del riconoscimento della mia bravura. Mi offro come pacco di Natale sotto il vostro albero della vita. Falsari e Forze dell’Ordine possono collaborare, nevvero? Tanto altro avrei da raccontare. Molti falsari li avete già beccati. Che aspettate a condannare anche me? Sono qui.

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