Il Vizio di Celesta (Romanzo breve inedito, prima parte)

Il Vizio di Celesta (Romanzo breve inedito, prima parte)

Francesco Pasanisi 3 comments
IL meglio di... Spazio Libero

PARTE PRIMA

CELESTA ALBERGATRICE

1
1998.
Il temporale era una cosa terribile a Santa Fede in dicembre e la pensione gestita da Celesta non era uno dei luoghi più sicuri in quei casi e comunque, non era mai stato uno dei luoghi più sicuri nel piacentino. Quanti clienti aveva fatto fuori? Dieci? Venti? Celesta non se lo ricordava e non ricordava nemmeno l’origine della sua follia omicida. Ogniqualvolta che tentava di mettere ordine nella sua memoria, aveva solo dei vaghi e rapidissimi flash di una mano che brandiva violentemente verso il basso un vocabolario sporco di sangue. La scena era accompagnata da un rumore: TUNK!
Non riusciva a ricordare, però continuava lo stesso a uccidere. L’unica cosa che Celesta sapeva era il motivo: non tollerava che si disprezzasse o insultasse suo figlio Errico, il suo amato Errico, il suo unico figlio.
Tutti sanno che è da incivili insultare un ragazzo ritardato, ma l’ignoranza uccide e in questo caso uccideva in senso letterale.
“Idiota”, “bavoso”, “brutto”, “scemo”, “stupido”, “coglione”….Quante ne aveva sentite quel povero ragazzo. Celesta era molto attaccata a suo figlio ma non faceva nulla per aiutarlo, secondo lei l’altra gente gli avrebbe fatto solo male.
I clienti di quella pensione erano quasi tutti dei zoticoni montanari, gente schifosamente cinica e razzista, gente che sapeva che Celesta era per metà americana e per metà del sud Italia. Quindi gli insulti raddoppiavano.

Celesta quella notte afferrò una tenaglia e salì al piano di sopra dove c’erano le camere; sapeva quali erano quei clienti che avevano insultato Errico.
Intanto il cliente si stava facendo la doccia.
Celesta si avvicinò alla porta e la forzò.
Lo stronzetto chiuse l’acqua e uscì dal bagno con indosso un accappatoio. Se la trovò di fronte.
CRAAAAK! Un fulmine illuminò la faccia allucinata di Celesta.
La vittima urlò come una bambinetta e indietreggiò.
Celesta brandì la tenaglia, ….
Crock!
…gli spaccò il cranio…
Crock!
…. e diede un altro colpo che fece fuoriuscire cervello e sangue. L’insultatore cadde a terra versando sangue dappertutto.
“LA MOQUETTE STRONZO!” Urlò incazzata Celesta vedendo che il sangue aveva inondato, appunto, la moquette.
Per la rabbia impugnò nuovamente la tenaglia e infierì in modo indicibile sul cadavere; gli spezzò tutte le ossa e lo smembrò a furia di assestare colpi così violenti. Poco dopo la stanza era diventata un lago di sangue in cui nuotavano pezzetti di ossa e organi vitali. Per togliere quella pozza gigante di sangue, Celesta fece un buco al muro e il sangue ne sgorgò sino alla strada. Poi pulì normalmente.
Non aveva, però, ancora finito. Rimanevano altre due vittime.

2

Qualche mese dopo.
Faceva un caldo della Madonna a Pescara e Rocco e Antonio non vedevano l’ora di andare a Santa Fede a trovare il loro amico. Lui aveva un casino di climatizzatori in casa.
“Non c’è posto da Giulio -disse Rocco- Ho telefonato. È venuta la sua ragazza e vorrebbero scopare in pace. Fra tre giorni però lei se ne va e ci può ospitare”
“E come facciamo? Il treno parte oggi pomeriggio alle sei. Non vorrei rinviare di tre giorni” Disse Antonio.
Rocco intanto in mano aveva una rivista di viaggi.
“Antò –affermò- vediamo se qua c’è qualche albergo”
Antonio si mise a sfogliarlo.
Dopo un’estenuante ricerca non trovarono un cazzo. Tutti gli hotel erano cari e i motel li consideravano troppo caccolosi. Il loro sguardo cadde su un box pubblicitario riguardante una pensione a Santa Fede.
“Che ne pensi di questa?” Chiese Antonio all’amico.
“Mmm…-lesse- vitto, alloggio, diecimilalire al giorno…. Ok!”
Avevano sì trovato una soluzione. Ma dovevano stare molto attenti al linguaggio.
Prepararono i bagagli e alle diciotto e zero minuti di quel tre luglio 1998, Rocco e Antonio partirono.
“Partire è un po’ morire” si dice, ma stavolta escluderei “un po’”.

3
Rocco e Antonio arrivarono stanchissimi a Santa Fede. Non ci volle molto a trovare la pensione di Celesta. La trovarono ed entrarono.
Il posto era modesto ma accogliente. Un ragazzo claudicante, alto, bruno e con un rivolo di bava alle labbra corse loro incontro entusiasta. I due amici erano a disagio.
“BBBHHENVENIUTTI ALLA PENTIONNHE DE LA MAMA! Ceci mila lihre al ghiorno! Bhenvenutti!”
Quel ragazzo era Errico. Aveva ventisei anni e la sua situazione era orribile. Quelli erano casini altro che i replicanti in “Blade Runner”.
Antonio e Rocco non erano il massimo in fatto di sensibilità e trattennero una stupida risatina. In quel momento Errico se ne andò e giunse Celesta.
Lei li guardò per un secondo con un’aria di odio puro. I due amici si freddarono all’istante.
“Meglio non fare i cretini Rocco” disse Antonio a bassa voce.
Celesta cambiò faccia completamente ed esclamò: “Benvenuti nella mia umile pensione! Cosa posso fare per voi?”
“Ci serve una stanza per tre giorni” Disse Rocco.
“È libera la 237” assicurò Celesta prendendo la chiave.
Rocco e Antonio non erano molto tranquilli in quella camera d’albergo, ancora non riuscivano a togliersi dalla testa lo sguardo torvo dell’albergatrice. Erano un po’ preoccupati per il fatto di aver riso di Errico in presenza di Celesta. La paura, però, passò subito; non era normale pensare a cose paradossali come…una vendetta di Celesta. Una vecchia bassa e incartapecorita non dava loro la benché minima idea di una serial killer. Non ci pensarono più e si riposarono. Erano ignari che due occhi cattivi li stavano osservando.

4
Il mattino dopo, Antonio si svegliò prima di Rocco e scese alla reception per bere un cappuccino caldo. Era accogliente il piano terra della pensione di Celesta ed il profumo di caffè dava un’atmosfera rassicurante. Nonostante tutto il bel ambiente che lo circondava, Antonio aveva paura. Non capitava tutti i giorni di essere guardati con due occhi infernali.
Celesta si svegliò e andò verso Antonio.
“S-salve” Disse lui balbettando.
“Buondì –rispose Celesta al saluto- Le faccio un caffè?”
Metta la stricnina però. Il cianuro mi gratta la gola. Pensò Antonio ironicamente.
“Sì, grazie signora”
“Vado subito a prepararlo” Disse lei.
Era troppo strano, puttana Eva, una madre non poteva essere così tranquilla dopo che lui e Rocco avevano riso in faccia al suo figlio ritardato.
Arrivò Celesta col caffè e Antonio decise di chiedere scusa anche a nome di Rocco.
“Signora…”
“Cosa?” Chiese Celesta un po’ bruscamente.
“…. sono terribilmente dispiaciuto per ieri. I-io e il mio amico non intendevamo prendere in giro suo figlio”
“Non importa” Rispose lei con un tono pacato ma gelido.
Gli servì il caffè e lo squadrò ancora una volta prima di ritornare agli altri servizi nella pensione.
Antonio bevve e, mentre il cappuccino cremoso e bollente scendeva per la gola, l’angoscia cresceva a dismisura. Anche se Celesta avesse detto che non importava, il tono era molto strano. Antonio aveva la sensazione che non gli avesse perdonati.
Rocco intanto si era svegliato e scese da Antonio.
“Non dovevamo fare i cretini col figlio della vecchia, ieri” Avvertì Antonio all’amico.
“Perché, pensi che veramente un po’ di risatine possano suscitare vendetta in quella cara vecchia signora?” Chiese sereno Rocco.
Antonio prese coraggio e disse a Rocco qualcosa di cui non aveva mai parlato: “La pensione di Celesta, se non lo sai, è stata il teatro di quei delitti schifosi di quest’inverno. Celesta non ha mai rilasciato commenti, ma Errico ha detto, a modo suo, ai giornalisti che le vittime erano “persone cattive”. Queste cose non me le sto inventando. Le ho lette sul giornale”
“E come mai sei voluto venire qua?” Fece Rocco spaventato.
“Sono un giornalista no? E come tale devo indagare. Guarda caso ci dobbiamo restare per fatti nostri qua a Santa Fede; ma io sono qui con te specialmente per ficcare il naso in quella pensione. Ti ho istigato alla risata apposta ieri, per vedere le reazioni di Celesta. La dichiarazione di Errico ai giornali ha sicuramente qualcosa a che fare con il movente”
“Fatti una joint, Antò. Queste cose succedono solo nei film. Nei romanzi se possibile”
Antonio non ribatté. In effetti aveva corso a tremila all’ora coi suoi sospetti e ragionamenti; tipico dei giornalisti. Corse sì troppo, ma ci azzeccò in pieno. Il destino non esiste ma fu tutto calcolato lo stesso. Non era casuale la loro permanenza a Santa Fede, a parte che per gli amici, ovvio.

5
Rocco aveva comprato un po’ di gelato da portare ai loro amici. Antonio era ansioso di vedere la ragazza di Giulio.
“Ciao Rocco, ciao Antonio” disse Giulio accogliendoli in casa. I due amici in due secondi provarono già invidia per Giulio. La ragazza era una gnocca allucinante. “Non vi ho presentato Floriana, la mia ragazza”
“Salve” disse lei con aria accomodante.
Soprattutto Rocco rimase abbagliato da quella cazzo di ragazza. Era bionda, non molto alta in verità ma con un fisico perfetto, occhi azzurri con un bel taglio e aveva una bellissima voce.
Gli si era indurito il cazzo a tipo pietra e già si faceva i filmini di lui e Floriana che chiavavano come due animali. Sentiva gli orgasmi della ragazza alternati dal nome “Rocco”. La cosa gli piaceva e la continuò a pensare per almeno dieci minuti.
“Rocco? Rocco? Realtà chiama Rocco. Pronto?” Disse Giulio scherzando.
Rocco tornò in sé e, vedendo che era Giulio a dire di “svegliarsi”, si imbarazzò non poco e corse in bagno a scaricare la tensione con una bella sega che ispirava, indubbiamente, al prosieguo dei suoi pensieri erotici su Floriana.
Arrivò l’ora di cena e i quattro amici andarono a mangiare. L’atmosfera era zuccherosa, ma non per Rocco; per lui era rossa come il cinema “Eden”. Tutti i suoi pensieri erano però inutili, non sapeva che nel giro di ventiquattrore sarebbe morto.
Al ristorante i due fidanzatini erano seduti di fronte e lo stesso per Antonio e Rocco. Chiacchierarono per mezz’oretta ma dopo, ognuno pensava a qualcosa. Antonio pensava ai propri sospetti sulla pensione di Celesta, Rocco pensava a farsi una bella ingroppata con Floriana, Giulio pensava a tenere d’occhio lo sguardo allupato di Rocco e Floriana pensava a qual’era lo sguardo più allupato da scegliere per la notte, almeno secondo Rocco e Giulio. In realtà pensava al lavoro, la ragazza.
Dopo aver mangiato una pizza a testa e bevuto tre birre grandi, tornarono a casa. Il ritorno fu proprio di merda per Rocco; Antonio era toppo stanco e brillo per guidare, Giulio e Floriana si erano messi a pomiciare pesantemente sul sedile posteriore. Rocco voleva uscire da quella macchina.
Punto uno: odiava guidare di notte quasi al buio.
Punto due: mentre guidava riusciva a vedere dallo specchietto Giulio e quell’altra che ci mancava poco che scopassero.
Punto tre: era stato rifiutato al concorso “vota lo sguardo più allupato”. Non ci sarebbe mai riuscito a soffiare la ragazza a Giulio. E non ci riuscì mai più.
Accompagnarono a casa i due fidanzatini che non smettevano di sbaciucchiarsi e tornarono alla pensione.
Due giorni, Antonio. Due giorni e poi basta. Pensò Antonio mentre si coricava e mentre Rocco si faceva un raspone amarissimo sotto le coperte.
I sogni dei due amici furono ben strani quella notte. Furono di sangue e di sesso, rispettivamente per Antonio e Rocco.
Antonio sognò di essere attaccato da Celesta e fatto a pezzi con un’ascia antincendio e poi di essere cucinato pezzo per pezzo e mangiato da madre e figlio.
Rocco sognò di essere ad una festa a casa di Giulio. C’era un casino di Dio e lui era seduto su uno sgabello con un bicchiere di vodka in una mano e una canna nell’altra. Di fronte a lui vedeva ballare il resto degli invitati compresa Floriana. All’improvviso la musica dance si interruppe sostituendosi con della musichetta soft tipo film hard.
Floriana la smise di ballare e si avvicinò a Rocco.
Intanto nella realtà, Celesta entrò in camera loro con in mano uno di quei rasoi sottilissimi.
Rocco era felice, Floriana si sedette su di lui e iniziò a coprirlo di baci, prima normali, e poi sempre più arrapati e arrapanti.
Celesta intanto tolse a Rocco la coperta delicatamente e cercò la carotide. Rocco era in coma per quel sogno.
Floriana continuava a baciarlo, poi si alzò da lui e cominciò a spogliarsi. Si sbottonò la camicia.
Celesta gli alzò delicatamente la testa in modo da recidere per bene la carotide.
Si aprì la camicia mostrando il seno sodo e grande nascosto da un reggiseno nero.
La lama del rasoio si appoggiò delicatamente alla gola di Rocco.
Floriana si tolse del tutto la camicia. Pure Rocco iniziò a spogliarsi. Lei mise le mani dietro la schiena e sganciò l’attaccatura del reggiseno.
La lama iniziava a tagliare la gola. Un rivoletto di sangue uscì.
Rocco si era denudato. Floriana si abbassò le bretelle del reggiseno e rimase con il seno da fuori. Si stava togliendo i pantaloni e le mutande. Roteò la lingua intorno alle labbra.
La ferita si allargò e sgorgò più sangue.
Floriana era completamente nuda e si avvicinò a Rocco. Rocco era felice però sentiva qualcosa di caldo che gli scendeva dal collo.
Il tagliò fu ripassato da celesta e raggiunse la carotide.
Floriana gli si avvicinò e aprì la bocca per baciarlo. Rocco fece lo stesso. Poi però, l’immagine di quel bellissimo sogno diventò color seppia e poi si coprì tutta di rosso. L’audio onirico si dissolse e il rosso diventò nero.
Celesta squarciò la carotide e spruzzò un sacco di sangue.
Rocco aprì di scatto gli occhi.
Ecco, -pensò- sempre sul più bello.
Morì con un’espressione scocciata.
Antonio aveva finito quel sogno. Un sogno molto premonitore dato che appena si svegliò arrivò Celesta e sgozzò anche lui. Poi prese dallo sgabuzzino un vecchio grammofono con alcuni vinili anni 40 e lo accese. Prese una motosega e iniziò ad affettare le due vittime. La sega era così potente che vece volare pezzi di carne trita affogati in un mare di sangue. Il grammofono acceso serviva per non far sentire rumori sospetti al resto della clientela che dormiva.

6
Nello sgabuzzino c’era una puzza tremenda, puzza di chiuso, di vecchio, di cose morte.
Celesta indossò una mascherina chirurgica, sennò avrebbe sboccato, e appese i due tronchi umani che una volta si chiamavano Antonio e Rocco. Le braccia e le gambe le disciolse in un pentolone metallico contenente un liquido verde che fumava e ribolliva, era acido. Le gambe e le braccia iniziarono a perdere la stoffa e poco a poco anche la pelle si iniziò a liquefare e infine la carne e le ossa. L’acido si variegò di rosso.
Nessuno avrebbe sospettato un cazzo; la stanza era chiusa con tre lucchetti dei quali solo Celesta aveva la chiave.
Celesta tornò a dormire soddisfatta pensando: Non si sfotte il mio Errico, perdìo.

7
Dipartimento di polizia di Santa Fede.
Il commissario Aloisi era ancora più sospettoso del fu Antonio riguardo alla pensione di Celesta. Non riusciva a capire come mai vedeva i clienti entrare ma mai uscire. Mentre leggeva i dossier su quelle misteriose, per lui, sparizioni si accese un sigaro.
Il corpulento capo della polizia non era convinto che fossero semplici sparizioni e decise di scoprire una volta per tutte cosa diavolo accadeva là dentro.
Il suo piano era di presentarsi in incognito con un’agente e prenotare una stanza per la notte. Un po’ come la sorella di Janet Leigh in “Psycho”.
“Agente Minoli venga” Ordinò il commissario dando voce dal suo ufficio.
“Agente Minoli al rapporto signore” Disse lo sbirro facendo quello stupido saluto con la mano sulla tempia.
Il commissario gli illustrò il piano. Minoli si doveva chiamare Gigi La Porta e il commissario invece Enrico Brindisi.
I due sbirri si misero in marcia.
Celesta intanto era seduta alla reception; era sì contenta di punire chi derideva il suo Errico, ma così gli affari erano sempre piuttosto piatti. Voleva qualcuno che prendesse la camera senza farle fare sangue acido. In lontananza si avvicinavano alla pensione due potenziali clienti: erano il commissario Aloisi e l’agente Minoli.
I due entrarono.
Celesta li guardò per bene e, dopo un minuto, non si accorse minimamente che fossero due sbirri pronti ad incastrarla e a spararle nel culo se avesse fatto qualche mossa falsa.
“Sono il signor Enrico Brindisi e questo è il mio amico Gigi La Porta. Ci servirebbe una stanza doppia per un pernottamento”
Il commissario fece una fatica enorme a fare la parte del disincantato; Celesta gli suggeriva strane idee per la testa, gli sembrava uno di quei cattivi dei fumetti; bassa, curva, faccia rugosa, capelli bianchi tipo ragnatele sparsi in testa, occhiali di ottone tondi e sporchi e un grottesco paio di pantaloni di velluto porpora.
“Viene molta gente a pernottare qui?” Le chiese l’agente Minoli.
“Beh signor LaPorta, vengono così tante persone qua. È difficile ricordarsi di tutti” Rispose Celesta sorridendo.
La camera a loro assegnata era la numero 7, indi non c’era nessun presagio dipeso dalla stessa camera come in “Shining” libro e film.
I due sbirri misero le pistole sotto il letto per essere più prudenti.

8

Rapporto di Germano Aloisi

Il luogo di indagine sembra in apparenza un innocuo alberghetto a due stelle, ma la proprietaria metterebbe suggestione pure all’ispettore Callaghan. Dà l’idea di un personaggio negativo dei fumetti o dei film, un’incrocio fra la strega Grimilde e il Joker di Batman. Probabilmente è vero il detto che l’abito non fa il monaco, però mi fa paura lo stesso. Se è vero che le sparizioni sono in verità delitti consumati in questa pensione, ho fatto uno sbaglio enorme a portare con me l’agente Minoli. Ieri è arrivato in caserma.
Intanto io dormo con un’occhio chiuso e uno aperto. Non sono affatto tranquillo qui.

Il commissario, anzi lo SGRAMMATICATO commissario Aloisi ripose il diario e si mise sul letto con una mano sotto il cuscino e l’altra sotto il letto vicino alla pistola.
Celesta credeva di aver nascosto per bene i suoi delitti, ma qualcosa che aveva a che fare con una muratura di merda le fece andare tutto storto.
Proprio nella camera sopra quella degli sbirri, Celesta aveva ucciso nel sonno un cliente che aveva deriso Errico. Sfortunatamente il sangue che colò a terra andò a finire in una delle fughe del pavimento e gocciolò in fronte al commissario Aloisi.
Plic.
Plic.
Plic.
Il commissario fu svegliato da quello stillicidio e si toccò la fronte. Era sporca di sangue.
“AAAAAAAHHHH!” Urlò.
All’improvviso il soffitto si ruppe e la stanza si inondò di sangue. Un cadavere mutilato cadde sul letto.

“NOOOOO!”
Il commissario si svegliò. Era un incubo. Solo un fottutissimo incubo. Fosse stata solo suggestione poteva anche passare, però Aloisi prima di andare a dormire aveva visto Celesta muoversi nell’oscurità con una mannaia da macellaio sporca di un liquido rosso, forse sangue.
La camera sopra la mia! Pensò angosciato. Saltò giù dal letto e salì in fretta le scale.
BASH! Sfondò la porta della famosa camera e vide…una coppia di fidanzatini che stavano scopando.
“Le dispiace andarsene?” Disse il ragazzo piuttosto incazzato.
“S-scusate” Disse il commissario Aloisi imbarazzatissimo.
Tornò in camera.
Che figura di merda –pensò- se tutti i miei sospetti e le mie insinuazioni sono così possiamo stare tranquilli; quella gente non è morta, è solo sparita.
Tornò a dormire.

9
L’agente Minoli si svegliò e scese a prendersi un cappuccino. Scese da solo, il commissario stava ancora ronfando. Quella notte si era addormentato alle quattro.
Minoli lesse quelle prime righe che Aloisi e la voglia di scendere gli stava quasi per passare, però la fame quando si mette è peggio di un’ipnosi, e quindi venne colto dall’impulso irresistibile di scendere giù e ordinare quel maledetto cappuccino.
Celesta aveva un gatto soriano che si chiamava Jack. Al felino non era assolutamente permesso entrare nel deposito dei cadaveri, infatti Celesta, come ogni giorno, doveva chiudere a chiave la porta. Quel giorno non trovava la chiave ma fece il grosso errore di trascurare la faccenda.
Accolse con nochalance l’agente Minoli e gli preparò il cappuccino.
Jack intanto sgattaiolò nello sgabuzzino degli orrori.
Celesta era così intenta a fare una buona impressione allo sbirro, anche se non sapeva che lo fosse, che perse di vista il gatto.
“Siete qui per trovare amici?” Chiese.
“Veramente siamo venuti perché è morta mia madre” Rispose Minoli/Gigi La Porta che intanto aveva allungato la vita alla sua anziana mamma.
Celesta rimase un po’ sconcertata. Come mai questo qua si era portato un amico per andare a trovare la madre morta?
Il gatto percorse per un po’ la stanza della morte e, avendo molta fame, addentò il braccio insanguinato di una delle vittime.
“Pensi signora-disse l’agente Minoli – che alcune dicerie parlano male del suo albergo”
Celesta si irrigidì.
“Si dice –continuò l’agente Minoli- ah ah ah…. . si dice che addirittura la clientela muore di morte violenta”
A Celesta stava venendo quasi un colpo e la sua faccia non mentiva.
“Non presti fede a tali superstizioni ingannevoli. -disse lei digrignando i denti- Siamo a Santa Fede, e qui servono stupidaggini del genere per attirare i turisti. La gente che è stata qui non è per niente sparita secondo me. Fa tutto parte della trovata” Il tono divenne più bonario e rassicurante.
Minoli, essendo un novellino, si convinse ed era contento.
Jack diede un morso così forte al braccio mutilato che si ritrovò con la mano fra le ganasce. Uscì dalla camera con quell’arto in bocca.
L’agente stava per correre dal capo per dire che erano fuori strada. Celesta era contentissima. Aveva zittito due clienti senza sporcarsi le mani. Inoltre non avevano manco insultato Errico.
In quel momento arrivò Jack il gatto con la mano mozza in bocca e passò proprio fra i piedi di Minoli.
La faccia di Celesta cambiò sette colori e il gatto le si avvicinò, lasciò la mano insanguinata e la guardò con un aria di chi volesse approvazione.
Celesta era tentata a scalciare il gatto ma non fece in tempo; Minoli estrasse la pistola.
“Polizia di Santa Fede –disse mostrando il distintivo- la dichiaro in arresto per omicidio plurimo e occultamento di cadaveri”
Aloisi si svegliò e quando scese giù la volante stava già portando via Celesta.
Il commissario guardò l’agente Minoli e disse: “Mi sono perso qualcosa?”

10
Appunti del Dott. Dino Mari, psichiatra.

Non è intelligente come Hannibal Lecter, non ha il maschilismo di Henry Lee Lucas e neanche la freddezza di Gianfranco Stevanin. Però Celesta è molto più letale di questi tre simpaticoni messi insieme. Oggi stesso è stata arrestata e oggi stesso ho voluto farle la perizia psichiatrica. Già dal suo modo di conferire con l’analista si capisce benissimo che non avrebbe nessun problema ad infilzare un coltello in gola al primo che capita; parla dei suoi omicidi come se stesse parlando di un litigio furibondo intrapreso con qualcuno molto antipatico.
Celesta non uccide casualmente e non so se questa è una fortuna o un pericolo maggiore. Lei uccide solo chi insulta o fa qualche torto a Errico, suo figlio, sulla ventina d’anni, ritardato. La difesa esasperata di suo figlio sembra essere frutto di una normale demenza senile, ma la paziente mi ha confidato che ha questo “vizio” da quando aveva quarant’anni. L’origine sembra non esserci o forse Celesta l’ha dimenticata. Penso però che grazie ai suoi flash mentali riuscirò a scoprire l’origine di tanto odio. Celesta ha un lampo di memoria ricorrente: un dizionario duro e grosso sporco di sangue che viene brandito verso il basso forse contro qualcuno.
Domani intraprenderò con lei una seconda seduta. Ora è meglio lasciarla dormire. L’hanno imbottita di tranquillanti mentre veniva portata in cella. Era furibonda. Mai vista tanta energia in una persona così anziana.

11
Celesta dormiva e sognava nella sua cella. Sognava quel dannato dizionario sporco di sangue che si abbatteva su qualcuno. Ma non riusciva ad andare oltre.

3 Comments

Foto del profilo di William Francesco Murano

William Francesco Murano

giugno 26, 2015 at 1:34 pm

Letto.
Ti segnalo una minuscola imprecisione che solo un fan matto di King come me potrebbe vedere.
Supponi che la camera d’hotel “famosa” sia la 237 sia nel film di kubrik che nel libro shining, in realtà nel libro è la 217.
Un granello di polvere in una stanza pulita.

Foto del profilo di Francesco Pasanisi

Francesco Pasanisi

giugno 26, 2015 at 4:15 pm

Ahahahah è vero, ma “libro e film” è una faniticheria fraseologica che ho messo così, tanto per.

Foto del profilo di Francesco Pasanisi

Francesco Pasanisi

giugno 26, 2015 at 4:16 pm

*fanaticheria

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