Le origini raccapriccianti delle Fiabe

Le origini raccapriccianti delle Fiabe

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C’era una volta una fiaba che fiaba non era, o lo era, ma non secondo le accezioni tipiche del nostro tempo.

Da dove nascono, infatti, le fiabe più conosciute? Tutte quelle belle storie che riempiono i libri illustrati per bambini? Fatine, streghe, nani, bacchette magiche e “vissero felici e contenti” furono davvero irrinunciabili ingredienti di queste storie o c’è dell’altro che invece non mancava mai?

Tutti conoscono Perrault, i fratelli Grimm, il grande Andersen e così via, ma anche loro hanno avuto i loro grandi maestri a cui ispirarsi. Questi maestri potevano essere voci popolari, leggende del luogo, superstizioni o fatti di cronaca conturbanti, oppure, semplicemente autori antecedenti. I Grimm furono linguisti e filologi tedeschi che raccolsero le fiabe tra il 1812 e il 1822. Andersen scrisse i suoi racconti più conosciuti intorno agli anni ’30 dello stesso secolo. Perrault nella seconda metà del seicento mentre il più vecchiotto, dalla cui penna si sono ispirati quasi tutti, è Giambattista Basile. A leggere le sue storie, però, non sembrano affatto rivolte ai più piccini, sebbene lui stesso le aveva definite  “lo trattenemiento de peccerille”. Sarebbe un po’ come leggere il Decamerone al posto delle favolette della nanna. Ma il Pentamerone o “Lo cunto de li cunti” pubblicato postumo nel 1634, è a tutti gli effetti una raccolta, probabilmente la prima, di fiabe.

Giambattattista Basile, 1566-1632

Giambattattista Basile, 1566-1632

Gian Alesio Abbattùtis era lo pseudonimo anagrammatico del suo nome, che lo rende ancora più eccentrico
e figlio del suo tempo e della sua corrente, il Barocco.

Campano di nascita e di morte, scrisse in lingua napoletana e, bando alle ciance, non aveva la minima intenzione di rivolgere le sue cattivissime fiabe ai bambini. E cattive lo erano veramente.

Da qui, infatti, parte questa piccola analisi sull’origine raccapricciante delle fiabe più conosciute.

La strega e Biancaneve, illustrazione di L. Richter e di M. von Schwind.

La strega e Biancaneve, illustrazione di L. Richter e di M. von Schwind.

Iniziamo da Biancaneve. Tutti sanno che la matrigna Regina la voleva morta e lo fa con una mela avvelenata. Sappiamo anche che l’incorreggibile regina cattiva tenta di ucciderla tre volte: stringendole il corsetto fino a farla soffocare, con un pettine avvelenato mentre viene pettinata,  e soffocandola con il boccone della mela. Eppure non tutti sanno che l’innocente fanciulla Biancaneve, una volta salvata dal principe, si vendica della regina facendola danzare sino a morire su delle scarpe di ferro incandescenti durante il suo matrimonio. Questa versione è quella dei Grimm. Ma DA DOVE DERIVA?

La prima versione si intitolava “La Schiavottella” (Basile) e ed è una storia piena di particolari terribili.

Prima di tutto, non c’è nessuna matrigna ma una madre naturale, che un bel giorno, mentre pettina la sua bambina di sette anni, le conficca il pettine nel cranio. Credendola morta,  la rinchiude in una bara all’interno di una camera del castello e muore di dolore, affidando la chiave allo zio a cui fa promettere di non aprire quella stanza mai. Passano gli anni e la moglie dello zio apre la porta. Invece del cadavere in decomposizione della bambina vi trova una fanciulla. Questa infatti, poiché non era morta davvero era cresciuta durante il sonno/coma. Credendo che il marito l’abbia rinchiusa per avere rapporti sessuali con lei (il primo pensiero che verrebbe in mente a chiunque, immagino), la prende per capelli e la tira fuori. Così facendo, il pettine viene estratto e la fanciulla si sveglia dalla morte apparente. Come sia sopravvissuta per anni senza nutrirsi non è dato saperlo ma questo fa parte dell’ingrediente fiabesco dei racconti. Ovviamente la moglie gelosa vuole vendicarsi e trasforma la ragazza in una schiava. Le taglia i capelli e usa questi per fustigarla. La picchia e la umilia finché questa non decide di togliersi la vita. Come giustamente farebbe qualsiasi donna cresciuta in isolamento in una bara, e quindi particolarmente incline alla follia, inizia a parlare con una bambola. E le racconta tutto il suo dolore. Lo zio, casualmente, ascolta la storia, scopre la verità (espediente molto usato nelle soap), caccia via la moglie e dà in sposa la ragazza ad un ricco uomo.

La bella addormentata nel bosco. Allora, qui il dramma è di livello superiore. Altro che strega, fuso maledetto e sonno di cento anni. Qui siamo di fronte ad un vero e proprio abuso sessuale in stato di coma. La fiaba di Basile si intitola “Sole, Luna e Talia”.

Talia, una principessa che subisce una maledizione e cade in un sonno profondo, non viene svegliata dal bacio di un principe. Il re la stupra mentre dorme, la mette incinta e dopo nove mesi, partorendo due gemelli, questi le succhiano dal dito la scheggia avvelenata e lei si sveglia. Ma non finisce qui. Quel re mattacchione era pure sposato e la regina, venuta a sapere della bella Talia ora viva e vegeta e dei suoi gemelli che il re ha poi chiamato Sole e Luna, vuole vendicarsi come ogni Giunone che si rispetti. Chiama il cuoco e gli ordina di rapire i bambini, di ucciderli e di cucinarli per farli poi mangiare al marito ignaro. Ma il cuoco, impietosito, fa solo credere alla regina di servire al re la carne dei figli e questa, prima che suo marito addenti il boccone gli dice testuali parole «Magna, ca de lo tuo mange!» (qualcosa di simile a “Magna che è roba tua!”). Il re si insospettisce, se ne va incazzato di brutto e la regina porta Talia al castello per gettarla nel fuoco. Questa le chiede pietà e si spoglia per darle i suoi pregiati averi ma sopraggiunge il re, fa bruciare la regina, sposa Talia e vissero tutti felici e contenti.

Cenerentola. La fiaba di Basile si intitola “La gatta Cenerentola” e ha un inizio un po’ differente dalla versione che conosciamo (che già era raccapricciante di suo, ve li ricordate gli alluci e i talloni amputati per far calzare le scarpette alle sorellastre?).

Narra di una fanciulla che confida alla sua governate (o maestra privata) dei maltrattamenti della matrigna. La governante le consiglia di ucciderla e Cenerentola le rompe il collo (la convince a prendere una veste da una cassapanca e le spezza il collo chiudendole il coperchio addosso). Ma la governante sposa suo padre e la sorte di Cenerentola non cambia. Questa infatti ha sette figlie e la trattano da schiava, chiamandola Zezolla. Il seguito è poi quello conosciuto.

Il Gatto con gli stivali. E se vi dicessi che in realtà era una Gatta? Nella versione di Basile (prima ancora ci fu quella di Straparola, autore cinquecentesco), il gatto non ha affatto gli attributi.

Era invece una gatta che alla fine della storia, quando il giovane sposa la figlia del re, mette alla prova il suo amore fingendosi morta e il giovane, che le deve ogni fortuna, se ne infischia, tanto che vuole gettar via il suo cadavere. La povera gatta fugge via offesa e col cuore spezzato.

E sulla scia dei cuori spezzati che non vissero affatto felici e contenti ne possiamo narrare a bizzeffe. Lasciamo da parte Basile e passiamo ad altre fonti.

Walt Disney ha edulcorato tutte le fiabe citate ed altro ancora sviolinando storie drammatiche e raccapriccianti e rendendole poi amabili dal grande pubblico.

Prima fra tutte, “La Sirenetta”.

La piccola Sirenetta, illustrazione di Bertall – scena della strega marina e del taglio della lingua in cambio della pozione per diventare umana.

La dolcissima storia di Andersen finisce malissimo, e ormai lo sappiamo: lei si ammazza di crepacuore vedendo quell’idiota del principe sposare un’altra dopo aver rinunciato alla propria lingua mozzata dalla strega in cambio della pozione per essere umana e dopo aver scelto di non pugnalare il principe per tornare sirena e quindi salvarsi la vita.

Questo striminzito e cattivo riassunto racconta il finale della versione di Andersen ma questa, a sua volta, DA DOVE DERIVA? Da un altro racconto, tedesco, intitolato “Undine”, di Friedrich de la Motte Fouqué e risalente al 1811 (la versione di Andersen è del 1837).

Si narra di uno spirito d’acqua di nome Undine, figlia del re del mare, che abbandona il suo ambiente alla ricerca di un amore umano e di un’anima immortale. Si ritrova, così, bambina sulla terra e viene allevata da una coppia di pescatori. Una volta adulta, si innamora del cavaliere Hulbrand. Questo la sposa e le giura amore eterno ma l’amore umano è un’arma a doppio taglio perché se tradito farà tornare Undine negli abissi. E infatti il cavaliere tradisce Udine con un suo vecchio amore e la maledizione si avvera: Undine dovrà tornare spirito d’acqua e lui dovrà subire vendetta. E sarà lei a togliergli la vita con un bacio mortale.

Illustrazione di Francis Donkin Bedford che raffigura Peter Pan mentre suona il flauto

Illustrazione di Francis Donkin Bedford che raffigura Peter Pan mentre suona il flauto

Peter Pan. Nella versione originale di Barrie, Peter non è un innocente bambino sperduto.

Selvaggio e spietato, uccide infatti gli altri bambini sperduti quando il numero di questi cresce troppo. Per di più rapisce le bambine perché vuole che gli facciano da madre che non ha mai avuto.

Il Gobbo di Notre Dame. Victor Hugo e il suo drammatico finale vede Quasimodo vendicativo e pieno di sensi di colpa.

Fa uccidere Esmeralda che viene impiccata nella pubblica piazza e poi lui si uccide.

Passiamo al repertorio “Storie vere“. Ne nominerò solo tre:

Il Pifferaio magico: i Grimm ce la presentano come la storia di un pifferaio vendicativo, che dopo aver liberato la città di Hamelin dai ratti, non riceve la ricompensa promessa e rapisce i bambini. Il più lento di questi, poiché zoppo non viene soggiogato dalla musica e riesce a liberare tutti.

Il più antico riferimento a questa fiaba è riconducibile ad una raffigurazione sulla vetrata della chiesa di Goslar, risalente al 1300 che mostra il pifferaio vestito da giullare e i bambini al seguito vestiti di bianco. Si suppone che l’immagine volesse commemorare un tragico evento realmente accaduto. Esiste anche una legge che vieta di suonare e cantare in alcune vie di Hamelin proprio in segno di rispetto per le vittime. Le ipotesi sulle vicende sono:

  1. annegamento di alcuni bambini
  2. epidemia che colpì i bambini che furono così deportati fuori città per evitare il contagio
  3. una sorta di pellegrinaggio o “Crociata dei bambini”
  4. una migrazione

Un racconto tedesco invece, ritrovato su un’iscrizione del 1602 ad Hamelin, recita:

« Nell’anno 1284, il giorno di Giovanni e Paolo
il 26 di giugno
Da un pifferaio, vestito di ogni colore,
furono sedotti 130 bambini nati ad Hameln
e furono persi nel luogo dell’esecuzione vicino alle colline. »

Barbablu, in partenza, consegna le chiavi di casa alla moglie. Tra queste, la chiave della stanza segreta delle torture. Illustrazione di Dorè.

Barbablù, in partenza, consegna le chiavi di casa alla moglie. Tra queste, la chiave della stanza segreta delle torture. Illustrazione di Dorè.

Barbablù e la stanza del terrore.

Il ricco e crudele Barbablù ha avuto diverse mogli, tutte misteriosamente scomparse. Ne sposa un’altra e quando sta per partire le consegna le chiavi della dimora, vietandole, tuttavia, di aprire una sola stanza. La moglie però, rapita dalla curiosità, apre la stanza segreta e scopre un vero e proprio mattatoio in cui il marito trucida le sue vittime come un vero serial killer. Presa dal panico tenta di uscire e come in un classico film dell’orrore in cui la paura trasforma le vittime in goffi imbranati che urtano qualsiasi cosa, questa lascia cadere la chiave per terra che finisce in una pozza di sangue, macchiandosi indelebilmente. Inutili i tentativi della donna di nascondere la macchia perché impossibile da eliminare, in quanto se cancellata da un lato, compare sull’altro. La chiave, così, tradisce la donna e il marito, tornato a casa, scopre tutto e decide di ucciderla. Però stavolta non ve lo dico come va a finire, è davvero una storia ad alto contenuto di suspense. C’è chi ha visto nella fiaba di Perrault, riferimenti alla vita del re Enrico VIII (le sei mogli morte e condannate a morte da lui stesso o la bruttezza sconsiderata di quest’uomo e l’assurda attrazione delle donne verso di lui) ma la più coerente sembra la figura del nobile francese Gilles de Montmorency-Laval, barone di Rais, detto appunto “Barbablù”, che venne accusato e condannato per la tortura, lo stupro e l’uccisione di un gran numero di fanciulli, secondo giochi lussuriosi e sacrifici rituali raccapriccianti (siamo nel ‘400). Roba da far accapponare la pelle.

Pocahontas lo sanno tutti che è una storia vera e per nulla a lieto fine. Per capirla basta studiare in generale tutti gli atti osceni del colonialismo.

Morì a soli 22 anni, malata o secondo alcune fonti avvelenata, in Inghilterra. Aveva un marito, Kokuom, che fu ucciso e in seguito fu violentata e messa incinta, convertita al cristianesimo e battezzata col nome di Rebecca. Poi data in sposa ad un coltivatore per far apparire la gravidanza legittima. Era il simbolo della “Virginia selvaggia” domata.

Termino con un ricordo. Ho sempre letto, da bambina, una delle mie fiabe preferite, Raperonzolo, così com’è. Ricordo che mi rimasero impresse tre cose: la debolezza di questi genitori che rinunciano alla figlia per colpa di questi assurdi raperonzoli rubati dal giardino confinante della megera, la cattiveria di questa strega che, adottata la bambina, la rinchiude nella torre e quando scopre che si era innamorata del principe le taglia i capelli (perché erano lunghissimi e li usava per farlo arrampicare sino alla sua finestra) e l’abbandona nel deserto, il momento in cui il principe disperato per la perdita della sua amata si getta dalla torre e cade sui rovi ferendosi gli occhi e rimanendo accecato e  il loro incontro finale, lui cieco, lei morta di fame ma talmente felici che le lacrime di lei, bagnando gli occhi di lui, gli restituirono la vista.  Forse è una delle fiabe che più hanno conservato, nelle varie versioni contenute nei libri per bambini di una volta (perché ora sembra esistere solo la Rapunzel del film) la sua versione originale che ci è giunta grazie ai Grimm. Era una di quelle storie che più mi atterriva ma più mi riempiva di gioia. Ma anche questa, DA DOVE DERIVA? Il mito di Danae ha probabilmente dato origine all’immagine della fanciulla rinchiusa nella torre, ma come al solito la storia prende le mosse da una fiaba di Basile: “Petrosinella  molto simile ma dai toni più “boccacceschi” e meno drammatici. Prima differenza: l’inciting event è causato dalla madre che mentre era incinta era golosissima di prezzemolo (Petrosinella significa appunto prezzemolina, in napoletano o nei dialetti del meridione), tanto che è costretta a barattare la figlia che ha in grembo dopo essere stata colta a rubarlo dal giardino dell’orchessa. I successivi incontri con il principe sono molto boccacceschi perché piccantucci, in quanto lui una volta salito sulla torre grazie ai suoi capelli se ne prende eroticamente cura, per diverse volte (nella versione dei Grimm, la vede e le chiede la mano, molto romantico ma poco realistico, in effetti). E poi è meno drammatica perché racconta della loro fuga e di come furono inseguiti dall’orchessa che tuttavia non li acciuffò mai grazie a delle ghiande magiche che Petrosinella le gettava e che si tramutavano in bestie feroci pronte ad aggredirla. Di questa storia mi inquieta solo il particolare del prezzemolo, come si fa ad andarne ghiotti? I misteri delle voglie in gravidanza.

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