Muni della Bassa

Muni della Bassa

Claudia Lamma 2 comments
Spazio Libero

Una panoramica dall’alto e si comincia: le case minuscole, le terre ridotte a quadrati e rettangoli i cui perimetri potrebbero essere strade o fossi o…
Lo spazio irriducibile tra noi e loro si schiaccia, zoomando sempre di più, fino a poter vedere i tetti delle case, le tegole, i terrazzi, le finestre, la cuccia del cane, il campo da pallavolo, la recinzione bucata, il pantano della pioggia caduta, il cantiere adiacente, le fondamenta delle nuove costruzioni, la terra sventrata e spostata in cumuli che, visti da quassù sono ancora niente, ma che da laggiù, da dentro quel cilindro di cemento dov’é rannicchiata Muni, sembrano il Cimone, l’Everest e forse anche un po’ il Monte Bianco.
Muni ha dodici anni. Tutti i giorni, dopo aver pranzato, scappa in giardino, libera il cane e s’infila tra le maglie bucate della recinzione che collega casa sua al cantiere. Di solito indossa un paio di short sfrangiati sul ginocchio, le Reebok bianche d’antiquariato sfondate davanti, una fruit di sua sorella maggiore dell’Hard Rock Cafè di Bangkok, un libro sottobraccio e gli auricolari dell’i-pod che le rimbalzano sullo sterno.
Muni corre fra le gru ferme per la pausa pranzo, corre fra quelli che, fino a un anno prima, erano campi d’erba medica pieni di farfalle e coppiette, corre fino a quel tubo di cemento che servirà a rivestirne altri, di tubi, e che comunque é accantonato lì da settimane. Ci s’infila veloce come un coniglio, il cuore che preme fra le costole e aspetta che il fiato rientri, i piedi puntati contro ad una parete del cilindro e la schiena appoggiata sull’altra, la grana grossa della superficie che le produce un piacevole sfregamento, una carezza ruvida che quasi la fa addormentare. Respira a bocca aperta, le sue labbra sono ciliegie, il suo naso è perfetto e i suoi occhi sono acqua di lago, come quelli della piccola afgana sul National Geographic. Lo stesso colore e la stessa perduta profondità. Legge moltissime cose, le più disparate, e alcune di queste letture non sono forse adatte alla sua età. Ha una cicatrice dentellata sul ginocchio destro e un’altra sulla tempia, nascosta dai lunghi capelli castano scuri, venticinque punti di sutura di cui non conserva il benché minimo ricordo. Nessuno sa che si trova lì. È una bambina discreta, una di quelle che quando giocano a nascondino riescono sempre a far pace libera tutti, senza bisogno di scappare tanto lontano. Le basta un buco, un anfratto, una zona d’ombra: ci si caccia dentro, s’immobilizza e il gioco è fatto. Potrebbe restare lì per giorni, il tempo fuori che si ferma e lascia partire quello interno, dove si muove tutto un mondo di cose, animali, persone, di cui nessuno sospetta l’esistenza. E Muni ci si aggira tranquilla come una novella Alice in un fantomatico e post-atomico paese delle meraviglie. Nemmeno quelli del cantiere si sono mai accorti della sua presenza. Oggi, al contrario degli altri giorni, nell’aspettare che il suo respiro si normalizzi, Muni s’addormenta, cullata dai suoni della campagna a maggio. Le cicale friniscono forte, friniscono sulle stese di grano, sui quadrati di medica. C’è tanta di quella spagna intorno a questo desolato paese di campagna sotto il livello del mare e le cicale friniscono forte e le rane si armano la sera, accoccolate tra i limi a pelo d’acqua come su morbidi sofà di malta grigia, ricca d’argilla che manda su dai fossi un odore di morto e di fango. Le strade di ghiaia polverosa finiscono direttamente nella veranda di un qualche contadino pieno di figli e di cani, che abbaiano tutti allo stesso modo e nello stesso momento, passi una bicicletta, sempre la stessa, o i poveri vecchi con le loro taniche da riempire alle fontane. Muni, rannicchiata dentro il tubo con Miller sulle ginocchia, si sveglia per quei latrati lontani e respira forte, cercando di togliersi dalla gola il sapore del fango cotto da una giornata di sole. Si passa una mano sulla fronte. Sa che non deve grattarsi, anche se quelle zanzare da malaria l’hanno punta dappertutto e la faccia le brucia, le bruciano i polpacci e gli avambracci e nella testa quel canto assordante d’insetti continua a risuonarle dentro, raccontandole qualcosa di fastidioso, di meraviglioso, di magico.
L’occhio di Muni, cantiere, campi, rete, cuccia, pezzo di muro, porta d’ingresso, tetto, tegole, cielo. Campi ridotti a quadrati e a rettangoli come da compasso e, intanto, il tempo viene perso.
Il tempo in cui ha cominciato a macchiarsi fra le gambe, ha perso l’orizzonte e la testa, ha perso la verginità, ha perso la possibilità di rannicchiarsi dentro ad un tubo, senza per forza rimanerci incastrata dentro.
Un nuovo zoom: squarcio di mare di un azzurro bruciato, spiaggia di sabbia bianca e fine, nascosta dalla pineta e protetta da pareti di roccia verticale. Sul bagnasciuga capanne di bambù, l’accampamento di parei colorati di una tribù e una donna. É nuda, se si eccettuano tre giri di perle di vetro al collo, grappoli di orecchini ai lobi, un bracciale aggrappato all’avambraccio e Tropico del Cancro sulle ginocchia. Legge Miller. Ogni tanto s’interrompe, si alza e si tuffa in acqua. Sembra che non le importi di altro.
Primo piano: sulla sua bocca di ciliegia e sul naso diritto perfetto e sui suoi occhi verdi che non sono sgranati e liquidi, ma socchiusi e irriverenti come quelli di una gatta.
Tu sei Muni, tu sei i suoi occhi, i suoi gesti epurati di una certa goffaggine infantile che tornano in superficie e ti rendono riconoscibile, nonostante tutto, nonostante lo spaccato di tempo che separa questo primo piano dall’altro, questa storia dall’altra, tu sei Muni, è l’obiettivo che lo dice.
Eppure non lo sei.
Quella ragazzina è rimasta là, sventrata, seviziata e ributtata nel suo rifugio perché il suo corpo non fosse trovato.
Primo piano: la maglia strappata dell’Hard Rock Cafè, le Reebok lontane dal cadavere, la malta fra i capelli appiccicati alla testa, le macchie di sangue, i numeri dei rilievi dei ris piantati in terra intorno a quel tubo e dentro.
L’odore raccontato da un arrampicatore in doppiopetto, le facce degli esperti seduti intorno ad una ricostruzione, la girandola dello show biz che si è messa a girare e tutti quegli obiettivi a riprendere. La morte violenta riprodotta fa i soldi a palate.
E la telecamera mente.
Sempre.

2 Comments

Foto del profilo di Marcello Marino

Marcello Marino

agosto 4, 2015 at 8:52 am

Confermo la mia idea sulla tua scrittura: Sublime, elegante, trascinante ed è ancora poco per descriverla a pieno.
Dovrei scrivere per ore per poterne trarre l’essenza eppure non riuscirei del tutto a farlo.
Avevo intuito l’epilogo ma sei riuscita a trarmi in inganno, a farmi credere che Muni fosse riuscita a crescere, a salvarsi …
Un sogno …
E la realtà raccontata dalla telecamera che mente.
Grazie Claudia! (questo grazie non è ipocrita e buonista come quello per Paola, questo è SINCERO.)

    Foto del profilo di Claudia Lamma

    Claudia Lamma

    agosto 4, 2015 at 11:42 pm

    Miseria, grazie. Questo pezzo, che e’ vecchio come il cucco ma che cambia in continuazione (faccio come con le canzoni, le canto un po’ alla boia di un giuda), e’ una cosa cui sono attaccata con il silicone perche’ un po’ racconta di una delle mie fisse. Ce le abbiamo tutti, naturale 🙂 Quella qui presente riguarda le possibilita’ di una vita e le possibilita’ di una storia. Ci sono regole, per le storie, da prima di Cristo. Da prima prima. Nel tempo sono cambiate, sono state smontate, rimontate, usate in modo provocatorio, ideologico eccetera eccetera.. ma poi si e’ arrivati ad un punto oltre il quale sarebbe un po’ complicato andare. E cioe’ che nel momento in cui si utilizza il codice linguistico per trasmettere un racconto comprensibile, la parola diventa necessariamente monosemica (anche quando ci si trova di fronte a testi “aperti”). E questo, applicato alle possibilita’, ai limiti del narrare, e alle caratteristiche di chiunque scriva (a me piace chiamarli indicatori ) apre un mondo nel mondo. Percio’ sono affezionata a questa piccola storia perche’ mi ricorda perche’ leggo e perche’ mi piace leggere 🙂

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