Puglia – dal diario di bordo di Guybrush Threepwood, temibile pirata (inedito)

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Alessandra Farro No Comment
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Da quando sono bambina, c’è un momento specifico che attendo tutto l’anno. Non è il natale, non c’entra niente con i regali e non ha nulla a che vedere con i giochi. Ha a che fare con le stagioni, con una in particolare, l’estate. Io sono di Napoli, il che mi spinge naturalmente ad amare il mare, il sole, il caldo e le spiagge. Ma il motivo per cui bramo l’istante in cui indossare il costume da bagno diventa un’abitudine, non è dato, sorprendentemente, dal mio luogo d’origine.
Quando arrivano le vacanze, io migro, la memoria del mio cuore mi porta nel posto in cui per la prima volta i miei piedi hanno sfiorato la sabbia calda di agosto, e torno in Puglia, a Rosa Marina, vicino Ostuni. È quello il luogo in cui per me l’estate riposa tutto l’anno, attendendo che le persone tornino a popolarla. Io per prima, ormai, nonostante sia bersagliata da impegni, da scadenze da rispettare, posti da visitare, viaggi che sento l’assoluta necessità di compiere, d’estate devo tornare lì, dove per la prima volta ho capito l’importanza vera del mare.
Negli anni, ho sviluppato una specie di dipendenza per quella sabbia dorata, per l’odore dei prati all’inglese appena falciati, per la costa lunga chilometri. Sembra disegnata da una mano esperta, al centro morbida, con la spiaggia bassa e gli scogli radi, e a entrambe le estremità più dura, con gli scogli alti e fitti. Mi ha insegnato che il mare ti rigenera, fa bene al corpo e all’anima. Mi ha insegnato ad abbracciare l’acqua, esplorandola nel fondo e sulla superficie. Mi ha insegnato ad apprezzare un dialetto diverso dal mio e delle tradizioni dalle radici profonde e aggrappate alla gente.
Così, col tempo ho sentito l’esigenza di conoscere qualcosa di più di quel posto che tanto mi aveva dato e, riconoscente, ho imparato a perdermi nei paesini che lo circondano, primo fra tutti la Città Bianca. Per raggiungere Ostuni, bisogna essere dotati di una certa tempra alla guida, la strada che separa Rosa Marina dalla città, è lunga, buia e costeggiata da distese enormi di ulivi. Ma quando si arriva a destinazione, si parcheggia la macchina e si raggiunge la piazza di Sant’Oronzo, la bocca smette di rispondere a dei comandi specifici e si spalanca in un’espressione di meraviglia.
Da lì, ho capito che nella vita non avrei potuto fare a meno di esplorare tutta la Puglia, perché la mia bocca si spalancasse ancora da sola, ancora sorpresa, ancora felice. Adesso conosco anche paesini grandi quanto una strada di montagna, dove i panzerotti sono serviti in chiese sconsacrate o le bombette sono preparate a casa “della Signora”. Adesso, la mia dipendenza da Rosa Marina, dal suo mare, dalla tradizione pugliese è tanto profonda che anche se passo un mese intero a Parigi, dopo devo tornare a solcare quelle spiagge dorate, passando un giorno per la città di origine di mia madre, Bari, e bere una Peroni seduta nel porto, al Chiringuito, perché, come si sa, se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari.

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