Quasi un film- Emilia, Puglia, Campania, Calabria, Sardegna e Via del Borgo

Quasi un film- Emilia, Puglia, Campania, Calabria, Sardegna e Via del Borgo

Claudia Lamma No Comment
Spazio Libero

La collaborazione senza scopo di lucro è come la via di fuga dei miei portici: una magia prospettica che ti sorprende perché non si capisce fino in fondo il trucco.
I miei portici sono i portici di tutti quelli che ci abitano, che ci lavorano, che ci vengono apposta o che sono di passaggio.
Sono i portici di Via del Borgo, Bologna, Italia.
Sotto quegli archi, risalendo i quali si punta dritto alle due Torri, il semplice passante ascolta lo schiocco dell’assist decisivo per la partita di biliardino al bar Barattolo, dribbla i capannelli di persone che chiacchierano da una parte e dall’altra della strada, prosegue seguendo l’aroma degli arrosticini all’Incastrato e sente il bimbo napoletano recitare De Filippo, mentre suo padre si fa pregare per un altro pezzo, e c’è chi volentieri lo accompagna, sotto il dehor del Civà.
Quando quelle chitarre suonano e il vecchio attacca ‘Napule’, tutti si mettono in ascolto, il cuore in mano, compresi quelli del Nubivago di fronte.
Da ultimo, il passante ignaro sfila accanto agli affreschi delle Stanze, nell’ex Palazzo Bentivoglio, e infine ci perde buttandosi su Via delle Moline, puntato alle due Torri.
Quel guado gli rimarrà incollato addosso, come l’ eccedenza di tante cose che non gli appartengono e pure riconosce, o in cui, con un piccolo arresto, potrebbe riconoscersi.
È il suono della vita quando si mostra nelle sue molte forme.
Così quel passante non dimenticherà, io credo, anche se vuole.
Perché è impossibile dimenticare certa bellezza.
La bellezza qui, è la semplicità con cui si riescono a portare avanti anche le missioni più complicate, come opporsi ad ordinanze folli o tenere insieme generi diversi sotto una sola bandiera, in virtù del nome che identifica la strada.
È un giorno che esci dal portone, ordini una birra e dici: ‹‹Devo fare un booktrailer››, come se a lei parlassi.
‹‹E che problema c’è? ›› ti risponde un coro, ‹‹se vuoi facciamo proprio un film››.
‹‹Abbiamo dodici giorni›› dico, ‹‹tredici se conto anche stasera››.
‹‹Allora è meglio un corto. Ma corto, eh››.
Poi niente.
La strada scrive sui muri i nomi propri, perché un coro come si deve non si dimentica mai e poi mai dell’importanza dell’individualità.
Un coro che si rispetti è un insieme di singole scelte, non un esercito di pecoroni.
Così ci sono Pietro, Antonio e Roberta. Beatrice, Valeria e Giuseppe. Massimo, Italo e Marco. Lido, Luigi e Dario.
E poi ancora Alessandro, Doriana e Lana. Valentina, Rita, Matteo, e via andare.
La strada scrive i suoi nomi e non se li scorda, anche quando sono loro a scordare lei.
Giuseppe è il chitarrista di Fasano, quest’autunno uscirà un suo album.
Ogni domenica, quando non è via, scende di casa e si fa l’aperitivo al Civà.
Barba corvina, occhiale affumicato Givenchy e tracolla sempre pronta, Peppe pizzica le corde col piglio dell’amante e lascia che a cantare siano tutti, e che tutti chiedano.
Quando gli domando se è disposto a farmi la colonna sonora, Peppe sta girando una chiave di sol.
‹‹Non ho soldi›› gli dico, la faccia come il culo, ‹‹il massimo che posso offrirti è una litrata di birra››.
Peppe solleva appena gli occhi. Sono vestita di rosso, ho fretta e se va bene gli ho parlato tre volte in vita mia.
Manco lo conosco, manco mi conosce.
Che è un uomo schivo lo vedi dall’ombra veloce dei suoi occhi, dietro le lenti fumè. Schivo e disponibile al tempo stesso, quasi un ossimoro.
‹‹Quanto tempo ho?›› mi domanda.
‹‹Una settimana, otto giorni al massimo››.
‹‹Cioè quasi niente››.
‹‹Sul quasi nutro grandi speranze›› dico.
Lui sorride sotto la barba grossa e io so già che è come avesse detto sì.
Beatrice ha il viso di porcellana di una bambola, occhi che ti fan venire voglia di tuffarti.
La vedi girare spesso con la reflex al collo, e pensi subito che sia nata per quello, per inquadrare il mondo nelle sue angolazioni più inedite.
Il tredici ritorna da Reggio Calabria e mi aspetta al bar. Parliamo del campo di girasoli che ha visto al suo passaggio, le teste tutte girate via dal sole.
‹‹Impressionante›› dice, ‹‹quel moto al contrario››.
Mi racconta di New York.
Una città che quando scendi a Manhattan è una botta di adrenalina.
Lo skyline dei grattacieli, la statua della Libertà e l’enfasi di tutto, anche del pacchiano.
Beatrice, le sue scarpe e la sua reflex.
Bea ha un bellissimo golden retriever – o almeno credo che sia un golden retriever – che in qualche modo le assomiglia. Morbido ma determinato.
Se lei non c’è, il cane non mangia finchè non torna.
Ci accordiamo sulle scene, è lei che mi riporta alla realtà.
Io sono già persa nella vista aerea del Top of the Rock di Central Park e nel fischio di ormeggio dell’East river ferry per Brooklyn..
‹‹Quando arriva Valeria le fai il riassunto del romanzo›› dice, la testa girata all’indietro per assicurarsi che Antonio abbia messo le torte gelato in freezer, oppure da qui a mezzanotte squaglieranno.
Valeria non l’ho mai vista. Quando si presenta le stringo la mano e lei si siede.
‹‹Raccontami›› dice, ma non per finta. Lo dice come una che è abituata ad ascoltare.
Racconto la trama. Le chiedo scusa se balbetto, se sono imprecisa, se mi dilungo.
Lei dice, ‹‹Non ti preoccupare ›› e si mette zitta fin quando non ho tirato fuori tutto, ma proprio tutto quello che serve.
‹‹Mia sorella ha già girato alcune scene›› dico, ‹‹Bea girerà le altre domani›› .
Valeria annuisce, ce la possiamo fare. Esamina lo screenplay, suggerisce scritte in sovrimpressione.
Fra una proposta e l’altra la gente va e viene, passa da un locale all’altro, ritorna.
Le viene spontaneo annunciare che è tornata ad abitare davanti al Sacro Cuore.
Vicino quindi.
Qualcuno la prende in giro, le fanno un paio di battute sulle suore.
Lei agita le ciglia, sorride con gli occhi.
‹‹Niente le scandalizza più, nemmeno il mio ritorno››.
La sera si chiude nella notte. Lo sappiamo dalle ombre del portico. Basta guardare le ombre per capire.
E il giorno dopo, è quasi subito.
Subito prima della seconda festa, fra le otto e mezzanotte.
E noi giriamo.
La Jenny del libro non è mora come Valeria Russo, ma Valeria Russo è la ragazza per eccellenza. Valeria Russo è la movida a cavallo di una bicicletta con il cestino adorno di fiori turchesi. È la pasionaria dalle ali d’angelo, che sfila candida in trincea, le gambe di una gazzella partenopea e i tatuaggi che raccontano sul corpo.
È la mentore delle amiche, il taglio drastico, il cuore largo quanto il Golfo di Napoli.
È un po’ agitata che deve recitare.
Dice, ‹‹Meglio che mi faccia un paio di birre››.
Di solito ne beve una soltanto. Dopo una e mezzo si scioglie i capelli e sbottona una camminata da gueparda.
‹‹Per fortuna che non devo parlare››.
Pietro lo riprendiamo anche a tradimento, mentre discute al cellulare, ma lui ha confidenza con l’obiettivo, non si frega di essere visto.
Da qualche parte, nella strada che da Lecce lo ha portato fino a qui, ha imparato che palcoscenico sia il mondo e quanto mestiere ci voglia per cadere in piedi, sempre e comunque.
Quando giriamo in cucina ci chiede se deve fare l’occhio della madre.
Ridono anche i muri. Anche i ripiani. Anche le torte della festa che verrà.
Massimo l’abbiamo assoldato al Bike Empire, il suo negozio di biciclette in testa al portico. Il bike Empire è una figata: logo minimalista rosso, bianco e nero, scritta verticale con le iniziali maiuscole, che spaccano ogni dubbio.
Ragazzi che si danno da fare fino alle nove di sera, fra raggi e camere d’aria. Con due soldi spesi, Massimo mi ha resuscitato un cadavere.
Quando lo assoldo chiude bottega e veste i panni del duro: massa che occupa il quadro della porta, occhi acquamarina.
Sono sue le braccia che infilano il cappuccio, sua la pulizia del gesto.
Come se fosse naturale. Come se fosse quello che sempre fa.
A cose finite si taglia una torta, poi un’altra.
I ragazzi si mangiano anche il tavolo. Qualcuno dice, ‹‹Non è poi male fare la comparsa››.
Io mi diverto. Penso che miracolo sia questa gente. Questa strada. Questa città.
Che miracolo assurdo che in tre secondi ti ritrovi regista, montatrice, musicista e attori.
Tutto quello che devi fare è assecondare la magia.
Ricordarla come una cosa preziosa, la più preziosa di tutte.
Conversazioni al tavolo, parole on line, tutti in copia sulla posta elettronica. Tutti insieme.
Alla faccia di Merola, delle associazioni contro il degrado, delle persone che non conoscono il vero significato della parola scambio.
Una settimana dopo è di nuovo sabato. Faccio trentanove chilometri di corsa su per i colli bolognesi, fino a Badolo e ritorno, scoprendo che la Tav s’è portata via tutte le fontanelle e che l’unica che ancora ce l’ha, cioè l’Osteria di Badolo, ci ha messo il chiavistello. Così i turisti che fanno trekking nel Grande parco, o gli arrampicatori della Rocca, sono costretti a comprarla, se vogliono bere.
Ecco un modo diverso di intendere lo scambio.
Ci sono trentotto gradi, se ne percepiscono cinquanta e io fisso il lucchetto sulla fontana pensando ai doni di via del Borgo.
Il cellulare mi vibra nella tasca esterna dello zaino.
Prima di rispondere m’infilo in trattoria. Compro una Fanta e chiedo di andare in bagno.
Nella toilette faccio scorrere l’acqua, riempio la bottiglietta vuota da mezzo litro e butto la testa sotto il lavandino, bevendo fino a scoppiare.
Qualcuno bussa alla porta.
‹‹È lei ancora in bagno?›› mi domanda una voce dura.
Apro di scatto, il titolare fa un salto all’indietro e mi guarda male.
Soprattutto guarda la mia latta di Fanta ancora intatta.
Lo supero, esco e tiro fuori il telefono.
Peppe ha consegnato la musica. Vale ha fatto un primo montaggio. Siamo tutti in copia.
È quasi un film.

Ringraziamenti

Giuseppe Quaranta, Fasanese doc, ma Borghigiano d’adozione, uscirà in autunno con un disco. Se volete ascoltare qualche anteprima, potete farlo qui.

Beatrice Aurea dice che la giurisprudenza, che è il suo pane, non è fra le cose che più ama. Ma la fotografia invece sì.

Valeria Cruceli, una laurea in lettere moderne e una naturale attitudine all’editing e montaggio. Lavora nel campo audiovisivi e arrotonda pure con i matrimoni. Se la cercate non la trovate, basta che vi facciate trovare in via del Borgo.

Giorgia Lamma è mia sorella. Specializzata in comunicazione web. Lo storyboard è suo per il sessanta per cento. Sua una parte di girato, suo l’amore che ci ha messo, anche se non so se me lo merito.

Italo Boccafogli è un ingegnere, un disegnatore, un amico. La prova che la vita ti sorprende sempre, anche quando meno te lo aspetti. Il disegno di copertina è suo.

Pietro di Bari, Antonio Paladini e Roberta Zezza sono i gestori del Barattolo. Nonché attori, nonché amici. Devo ringraziarli anche per avermi fatto usare gli interni per le riprese. Per aver perso tempo con me. Perché sopportano il mio cane quando opera a scrocco.

Valeria Russo è Valeria Russo. Chi non la conosce si perde qualcosa. Chi vuol conoscerla deve chiedere a lei.

Massimo Brusa è il gestore del Bike Empire. Se avete da fare il restiling alla bici, adesso sapete dove andare.

Il Civà è il Civà.
Il Nubivago è il Nubivago.
L’incastrato è l’Incastrato.
Le Stanze sono le Stanze.

Se avete voglia di vedere come sono, venite a Bologna.
Il nome della strada lo conoscete già.

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