Sceneggiatore e regista: una relazione non sempre amorosa

Sceneggiatore e regista: una relazione non sempre amorosa

Maria Grazia Adamo No Comment
Spazio Libero

La recitazione, o arte drammatica, è la particolare arte del rappresentare una storia tramite un testo o attraverso delle azioni sceniche. In molte lingue come il francese ( jouer), l’inglese (to play), il tedesco (spielen),) il verbo “recitare” coincide con il verbo “giocare”. Il termine italiano, invece, si riferisce alla ripetizione del gesto o della parola (re-citare ovvero, citare due volte). La drammaturgia è l’azione dell’autore che scrive testi da rappresentare. La regia, invece, adottando la definizione di Silvio D’amico per l’Accademia d’Arte Drammatica, è: “Capire un testo, estrarne la sostanza teatrale e, dalla vita ideale del libro, tradurla a quella materiale della scena; e a un tal fine saper intonare e manovrare, anzitutto, gli attori, poi le scene e i costumi e le luci e, infine, se occorre, i macchinari e le musiche e le danze: questa è la regia”. Molto spesso, a teatro, la figura dell’autore e del regista coincidono, nel senso che l’autore è il vero creatore dell’opera perché partendo dall’idea, la concretizza scrivendola e poi, riassumendo in sé le varie fasi sopra descritte, arriva a vederla realizzata. Nel cinema, invece, la figura dell’autore del testo scritto – lo sceneggiatore – e quella di colui che realizza il film dal punto di vista visivo, sono due figure nettamente distinte. La sceneggiatura è l’ultima fase di elaborazione letteraria di un soggetto, dove una volta “trattato”, ovvero depurato da tutte le descrizioni letterarie, ogni situazione ed emozione contenuta nel testo deve essere visivamente espressa. Lo sceneggiatore scrive per gli occhi, affinché il regista possa vedere. Nel corso del tempo si è passati da una concezione in cui la sceneggiatura veniva considerata di “ferro”, ovvero una descrizione dettagliata che prevedesse ogni particolare, ad una in cui la sceneggiatura doveva essere pensata come una novella, dettagliata dal punto di vista narrativo, ma priva di particolari tecnici. Secondo questa tendenza, il testo scritto doveva fungere da supporto mnemonico ed evocativo alla creazione cinematografica, atto supremo della regia. Seguaci di questo punto di vista, per quel che riguarda il cinema, sono stati inizialmente Ejzenstej e in tempi relativamente recenti Rossellini e Fellini. Non sono mancati neppure in teatro fautori di questa teoria come Grotowski, che ha messo a punto una serie di tecniche espressive che puntando soprattutto sulle gestualità e sul corpo, hanno eliminato ogni rapporto con un eventuale testo utilizzandolo tutto al più come riferimento o ispirazione.
Ma arriviamo al punto e alla ragione di questa mia ampia premessa. Recentemente, mi è capitato di leggere una intervista rilasciata da Peter Greenaway, alla rivista “Fabrique du cinema”. In questa, il noto regista afferma che. “ Non sono mai stato un grande sostenitore della narrativa. Non credo che le storie esistano, o meglio che sia corretto raccontarle come fa il cinema. La storia è nella natura. Ognuno organizza in modo personale le esperienze che ha vissuto, per renderle raccontabili”. Nel corpo dell’intervista, Greeway spiega che ormai “…il cinema è morto” e che per farlo resuscitare bisognerebbe “…sparare ai sceneggiatori”. Questa metafora estremizza il contenuto di quanto sopra esposto, per rivendicare con grande forza l’indipendenza del prodotto cinematografico dal testo. Infatti, per rimarcare ancora di più il suo punto di vista, Greenway ribadisce che “…il cinema è stato sepolto vivo sotto una quantità incredibile di testo” e aggiunge “Impedirei a chiunque voglia fare cinema di toccare una videocamera, se prima non ha frequentato una scuola di pittura che gli insegni come funzionano gli occhi”.
Personalmente, non mi trovo totalmente d’accordo con il noto regista, pur avendo apprezzato diversi suoi film, perché con le sue affermazioni fa fuori un’intera categoria di professionisti. Anzi, per contro, credo che senza il testo, il film non esisterebbe. A mio avviso sono pochi i registi che hanno la stessa fantasia degli scrittori. Nel nostro paese, la scrittura del film è la fase meno sostenuta, quella in cui i produttori investono meno. Invece le idee hanno un valore artistico e non solo economico. Sono gli standard produttivi e distributivi che penalizzano fortemente quelli narrativi. Penso questo forse perché la mia formazione è quella dei vecchi laboratori dove, come raccontava Ugo Pirro in una delle sue lezioni alle quali ho avuto la fortuna di partecipare, le sceneggiature si scrivevano a più mani ed erano il frutto del lavoro di condivisione delle sensibilità, degli ingegni, della creatività di più scrittori. Insomma, prodotti di vero artigianato, al pari di un quadro creato da una scuola di pittura. Indubbiamente ci sono situazioni in cui l’immagine può parlare da sola, con il linguaggio che gli è proprio, quello del corpo, che non ha bisogno di parole, ma da qui ad eliminare fisicamente e metaforicamente gli scrittori ce ne vuole!

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