Un inizio di una storia che potrebbe essere la fine – Parte II (INEDITO)

Un inizio di una storia che potrebbe essere la fine – Parte II (INEDITO)

Leonardo Cassone No Comment
Spazio Libero

Qui, finalmente, si spogliò degli abiti da lavoro: il pantalone di lino, la cravatta, quindi la camicia. Notò il colletto annerito, come pure i polsini a furia di strisciarli sulla scrivania; quindi la appallottolò e la lanciò giù per la scala di legno: sarebbe finita nel cesto assieme ai calzini. Sistemò il pantalone e la giacca dell’abito sulla stessa gruccia e la ripose nell’armadio: non sopportava indossare gli abiti stropicciati. S’infilò un paio di pantaloncini di cotone e una canottiera, più freschi e decisamente più comodi. Scese al piano terra, raccolse la camicia sporca e la pose nel cesto della biancheria. Poi tornò in cucina dove, con la solita repulsione (era la cosa che aveva da sempre odiato fare), si accinse a lavare i piatti usati a cena la sera precedente. Sbuffò, poco rassegnato a procedere: l’acqua calda lo fece sudare ancora di più. Dopo aver terminato di insaponare e sciacquare bicchieri, posate, piatti e pentole – in questo rigoroso ordine -, pulì con uno straccio i fuochi e il piano cottura. C’erano le macchie incrostate del caffè che si era preparato la mattina. Infine, con un panno pulito asciugò il lavello. L’uomo si guardò intorno: adesso tutto era davvero in ordine. Pedro era fuori in giardino, nascosto al riparo della siepe: avrebbe sonnecchiato fino a quando l’aria fosse stata meno soffocante, per poi andare a caccia. Lo immaginò in tutta la sua libertà felina, e il suo cuore si riempì di calda felicità. Si commosse, perfino. Prese dalla libreria un vecchio numero de La Domenica del Corriere (ne faceva la collezione da qualche anno), risalì in camera, si spogliò restando praticamente in mutande, e si distese sul letto. Le pareti color lavanda della stanza lo avvolsero in un abbraccio tranquillizzante. Era finalmente a casa, nel suo rifugio; cominciò a rilassarsi fissando il soffitto immacolato. Pensò con amarezza nuovamente al telegramma sul tavolo al piano di sotto e aprì il giornale. Lo sfogliò distrattamente fino a quando trovò il titolo di un articolo racchiuso in un riquadro rosso: “Ci saranno ancora sei papi soltanto secondo le famose profezie di San Malachia”. Conosceva l’argomento: il suo passato recente tornò a galla come un riflusso acido. L’uomo allora richiuse il giornale. Steso, spalancò le braccia e le gambe. In quella posizione sembrava l’”Uomo Vitruviano” di Leonardo. Il cerchio che lo avvolgeva però era invisibile, evanescente come le sue certezze. Tutta una vita vissuta all’ombra di una figura imponente e soffocante: sua madre. Una madre che aveva saputo soltanto trasmettergli dubbi e debolezze, oltre al senso angosciante – tipico della sua inseparabile dottrina religiosa – di aver vissuto costantemente nel peccato. Una castrazione che faticava a perdonare, nonostante in passato, proprio il perdono era stato il principale insegnamento che gli era toccato trasmettere. E non riusciva a perdonare nemmeno suo padre, che in tutta la sua vita era stato capace solo di dare ordini trascinando l’intera famiglia in una prostrazione infinita. Era stato lui, supremo padre-padrone, a decidere per la sua e per la vita dei suoi fratelli, trasformandoli in burattini senza cervello. E sua madre non li aveva mai aiutati, no. Lei non aveva voluto salvare quei suoi figli, macchiandosi quindi di una colpa più grande di quella di suo marito. Insieme avevano pianificato l’esistenza di ciascun figlio, inconsapevoli di averli destinati a tre vite disgraziate; tre vite di solitudine, tristi e vuote. L’uomo aprì il cassetto del comodino. Tirò fuori una pistola da difesa, appartenuta a suo padre. La osservò a lungo in tutta la sua nera lucentezza. La mente era ormai come svuotata. Il tempo di rendersi conto che il disco di Modugno era terminato già da un pezzo. Avvicinò la canna alla tempia. L’ultimo pensiero fu per lei, la sola donna che avesse mai amato. Premette il grilletto. Il vuoto che aveva provato dentro di sé durante tutta la vita, finalmente poté sgorgare. Zampillò tutto intorno, esattamente come le gocce del suo sangue. Lo avrebbero trovato così l’indomani. Sarebbe stata proprio sua sorella, giunta per le solite faccende domestiche, a scoprirlo: disteso sul letto, supino, con il volto sfigurato. La bocca spalancata, quasi a voler inghiottire un’ultima, disperata e vitale boccata d’aria. La pistola ancora stretta nella mano.

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