VULVA DI ROCCIA – inedito ispirato alla “Grave Rotolo Abisso Donato Boscia” la grotta più profonda della Puglia

VULVA DI ROCCIA – inedito ispirato alla “Grave Rotolo Abisso Donato Boscia” la grotta più profonda della Puglia

Francesca Rapa No Comment
IL meglio di... Spazio Libero

“Le grotte sono le vulve della terra!”

Me lo hai detto quel giorno ad Alberobello, mentre infilavi i capelli lunghi nel caschetto. È così vivido quel ricordo nella mia testa pesante. Seguo la sequenza dei tuoi movimenti, quelli che ripetevi e ripetevi all’infinito prima di imbragarti. Le mani sulla ritorta, sulla sagomata, sull’anello; stringevi ancora un po’ l’imbragatura; controllavi la luce sul casco; stringevi i lacci delle scarpe; mi guardavi; mi stampavi un bacio umido sulle labbra e poi entravi. Li riassaporo lentamente, uno ad uno, come fossero il mio filo d’Arianna, e anche questa volta so che mi riporteranno a casa.
L’Abisso mi si apre sotto i piedi, è così che lo chiamano qui. A guardarlo sembra l’esofago del diavolo più che una vulva di roccia. E ripenso alla tua faccia sorridente, mentre ti calavi per prima nel pozzo, alzando lo sguardo verso di me. Non sono più tornata dopo quel giorno. Dopo quel giorno non sono più entrata in una grotta. E non so neppure perché ora sono qui, sull’orlo di questo sepolcro che mi imputridisce, come fossi un cadavere che cammina. Dieci anni. Dopo l’incidente hanno chiuso l’Abisso per anni, poi hanno speso soldi, tempo e speranze per una messa in sicurezza all’avanguardia, che potesse evitare altri spiacevoli incidenti di percorso. Dopo tutto non si può sigillare per sempre la grotta più profonda della Puglia, no? È un bene di tutti, un tesoro dell’umanità … una tomba, la tua!
E dopo dieci anni eccomi qui, pronta e fottermi questa fica per te. Un buco a 295 metri sul livello del mare che spacca in due la carne della terra per chilometri, sprofondando di 312 metri dalla luce del sole. Il gruppo parte, scendo! Mi sale il vomito in gola, resto attaccata alla fune, mi manca la terra sotto i piedi, li punto sulla parete. Ho dimenticato la sensazione e mi dimeno come una gallina impiccata. Spero che nessuno mi stia guardando. Ora devo calarmi nella gola del diavolo o non mi faranno continuare.
Do corda con il discensore. La roccia ha mille vene che corrono orizzontali lungo la parete. Il cielo diventa lentamente solo uno squarcio di luce nel buio, mentre il gelo mi si arrampica su per la schiena come un ragno e mi strangola. Il freddo. Man mano che la roccia ti ingoia l’unica cosa che percepisci è un freddo che dilaga.
Avevo dieci anni la prima volta che decisi di raggiungere il centro della terra, avevo appena letto Jule Verne. Poi, molti anni dopo, quando misi piede in un grotta, umida e fangosa, per la prima volta, mi sentii un verme che strisciava verso casa. Ora non c’è spazio per nulla oltre l’adrenalina e questa fottuta paura che mi monta sulle spalle come fossi una cavalla da rodeo. Voglio vedere il lago, devo farlo per te. Tento di guardarmi oltre la spalla destra, vedo solo la luce di Giacomo che illumina a tratta il fondo del pozzo. Lui si starà guardando intorno per trovare il secondo cunicolo. I piedi toccano terra. Mi sgancio.
«Attacca il moschettone alla seconda corda e seguimi, inizia il viaggio vero!»
Gli do retta senza neppure rispondergli. A cosa servirebbe dirgli che striscio nelle grotte da quando lui si succhiava i pollici? L’arroganza in grotta può ucciderti. Sento solo il brusio del moschettone che struscia contro la corda. Le pareti sembrano accartocciarsi sempre di più e il passaggio diventa uno crepa sottile e irregolare fra gli spuntoni. Mi infilo di fianco, la schiena sbatte contro la parete, la faccia è a qualche centimetro dalla roccia umida. Eccolo, sapevo sarebbe arrivato, il panico. Mi blocco nel passaggio e chiudo gli occhi. Sento il mio respiro irregolare. E poi tu, soltanto tu.

« Le grotte sono le vulve della terra! »
«Ma come ti viene in mente?»
«Pensaci: hai presente la sensazione che ti dà conoscere una donna per la prima volta? Corteggiarla, conquistarla … »
«Scopartela!»
«Non sto parlando del sesso! Parlo dell’abisso e del ritorno: farsi spazio fra le cosce della terra, fin dentro il suo utero; accovacciarsi fra le sue spire e lasciarsi andare. Non lo trovi poetico? Rintanarsi nel ventre della terra, cercare di entrarle sempre più dentro, ogni metro, ancora un po’ di più. Come un viaggio dentro te stesso, ma nel cuore del mondo.»

Tengo gli occhi serrati. Il dominio del buio di cui parlavi tanto non è più così romantico senza di te, ora fa solo paura. Le viscere del mondo sono troppo profonde, cupe e in me brucia solo il terrore di non riemergerne mai più. Penso ai centinaia di metri di roccia sopra la mia testa e sento un improvviso bisogno di urlare, sbattere i pugni più forte che posso.

«Giulia dove sei?»
Giacomo torna a prendermi, il suo braccio spunta dal nulla.
«Tutto bene?»
Accenno un sì, mi dà una pacca sulla spalla.
«Coraggio, ne vale la pena, fidati!»
Non mi fido ma stringo i denti, seguo la corda. Cammino di lato nella fenditura. Ogni tanto la luce del caschetto illumina qualche grosso ragno nero, appollaiato sul suo grappolo di ragnatele e insetti morti, che mi sfiora la fronte.
La voce di Giacomo mi arriva distorta, come un’eco.
«Siamo arrivati alla galleria dei pipistrelli fossili!»
Gli insetti delle grotte hanno un qualcosa che richiama il giurassico, quando ne trovi uno ti sembra che qui il tempo si sia fermato, che abbia solo atteso, senza pretese di essere ritrovato. Il corridoio orizzontale è malamente illuminato dal faretto di Giacomo. Il soffitto basso gronda sudore pietrificato, piccole stalattiti in formazione che assomigliano a gocce di cera che colano da candele invisibili. Posso ancora camminare in piedi.
Le pereti si allargano improvvisamente e mi ritrovo davanti un ponte di roccia.
Sembrano le rovine di un castello perduto nel sottosuolo. Ma non esiste un re qui, né fanti o giullari, solo silenzio e i fasti di un ponte di pietra semi nascosto nell’ombra. Ci passo sotto, potrebbe crollare da un momento all’altro. Mi perdo a fissarne il ventre. Visto da qui sembra un’enorme lucertola sospesa nel nulla. Abbasso lo sguardo: la cascata mi si para davanti.
Nico me l’aveva descritta prima di imbragarmi. Un’enorme colata di umida roccia, con impresse sulla superficie mille minuscole lacrime.
Continuiamo ad avanzare fra sale su cui pendono moltitudini di candelabri di calcare giallastro. Giacomo rompe per la seconda volta il silenzio.
«Il secondo pozzo!»
L’Abisso sta per regalarmi il suo ultimo spettacolo e farò esattamente come mi hai insegnato.
Aggancio il moschettone alla terza corda. Ancora il vuoto sotto i piedi, la sensazione di farsi ingoiare da un nulla che corrode come un acido, lontano dalla luce, dalla vita e dalla salvezza. Sono sospesa su una voragine di duecento metri. Non scendo subito. Me ne sto qui, a dondolare sulla morte come su un’altalena, ad occhi chiusi, tento di lasciare posto al buio ma non riesco a farlo entrare, non più. Vorrei solo risalire, tornare verso la luce, verso l’aria. Non c’è vita nel buio, solo morte, paura e la tua voce nella mia testa:

«Ti ricordi quella piccola grotta nel Cilento?»
«Quella piena di fango e guano?»
«Sì! Ricordi che per raggiungere l’ultima sala strisciammo per un tempo che ci sembrò infinito? La pancia e i gomiti che sfregavano contro la roccia, il silenzio pesante, la consapevolezza della profondità e quel romantico dominio del buio su ogni cosa, sulle nostre vite e sulle gocce d’acqua. Ricordi cosa abbiamo fatto quando abbiamo raggiunto il fondo?»
«Certo che ricordo!»
«Promettimi che lo rifaremo anche questa volta. Promettimi che in fondo all’Abisso lascerai spazio al buio Giulia!»
«Te lo prometto.»

Ma non abbiamo mai raggiunto il fondo, il lago. Eri qui, a qualche metro da dove mi trovo io ora, quando il buio ti ha portata via. Ti ha presa per le caviglie e ti ha trascinata nella sua tana, come una piovra degli abissi. E l’ultima cosa che ho visto di te, i tuoi occhi sbarrati e increduli, ancora mi tormentano di notte, quando il buio torna e mi ricorda che ti ha ingoiata intera e potrebbe fare lo stesso con me. Voglio sganciarmi e cadere. Ma l’istinto è più forte di tutto. Do corda, scivolo quasi senza accorgermene, con la stupida speranza di ritrovarti. La roccia si plasma in forme grottesche, come gargoyles a guardia di un segreto mostruoso. E lacrime, quante lacrime cristallizzate nella pietra, costrette a restare immobili, sospese per l’eternità.
Il piede destro tocca il suolo, poi il sinistro. Sono a terra. Mi drogo d’aria e il freddo si aggancia sempre di più alle vertebre. La parete verticale del pozzo si staglia come una muraglia a qualche centimetro dal mio naso. Punto la luce a terra, il fondo è umido, piccole pozzanghere si vestono di azzurro al passaggio della mia lampada. Le scarpe scricchiolano sul calcare scivoloso. Mi volto: un’enorme colonna di roccia sorregge la volta alta quindici di metri.
È una cattedrale gotica a chilometri dalla superficie. Le vetrate colorate lasciano il posto ad antri oscuri che pesano sullo spazio sconfinato, sulle colonne alte come palazzi. La volta è traforata un temporale di pietra fossilizzato nella caduta della prima pioggia. E verso l’abside brilla qualcosa. Attivo la luce più forte del casco. Anche così non posso illuminare tutto lo spazio. Il buio gioca a rincorrere il piccolo cerchio giallastro che sbatte contro le pareti e le cappelle. Ovunque io mi giro l’ombra è lì, mi insegue, si sposta al passaggio della luce, ora ritorna, rivendica lo spazio. E poi la lampada finisce sulle statue deformate di questi improbabili santi degli inferi. Sono bianchissime, come sciolte, si agghindano di un’aura azzurra quando ci passo accanto con il faretto.
È il tempio del Buio amore mio. Sul fondo troverò il suo trono e lì mi inginocchierò per fare quello che avremmo dovuto fare insieme.
Non vedo Giacomo, si sarà infilato in un cunicolo per esplorare. Non importa, devo farlo da sola. Avanzo lungo la navata: scranni di roccia, lumini di calcare, il rumore delle pozzanghere rotte dalle mie scarpe. Ed eccolo, la luce lo illumina per un secondo e poi passa oltre, il buio se lo riprende. Rigiro la testa e vinco io. Il lago. Ora so che Caronte traghettava da qui le sue anime perse. So che vedrò la sua gondola spuntare dall’ombra, pronta a prendersi anche me. È sconfinato, si perde oltre la mia possibilità di illuminare lo spazio. Potrebbe contenere i mostri marini di Verne, forse anche lui è stato qui prima di scrivere del suo viaggio al centro della terra. Ho paura. Con la mia lampada posso creare solo una striscia di luce, un corridoio tra i miei occhi e quello che mi sta di fronte. Ma tutto il resto è vuoto, privo di forme. Cado a terra sul bordo del lago, avverto il dolore del colpo alle ginocchia. Ora un coccodrillo degli abissi aprirà gli occhi gialli dai meandri dell’ombra e mi trascinerà via con un salto. Ma cosa importa? Mi manchi! Mi manca il tuo odore, mi mancano le tue forme a riempire lo spazio nel mio piccolo mondo. Non ricordo più il suono della tua voce. Il suono. Anche il ricordo delle tue parole è irreale:

«È il buio Giulia, il dominio del buio che ti cambia. Quello che vedi laggiù ti trasforma per sempre. E risalire è come venire al mondo, ma pieno di una nuova consapevolezza. Come se l’utero di una dea ti regalasse una nuova vista. La parte che mi piace di più e strisciare fuori. È come rinascere. Tornare dagli inferi come Orfeo.»
«Ma quella di Orfeo è una storia triste. Non è riuscito a portare fuori Euridice.»
«Secondo me ce l’ha fatta. L’ha portata con sé, ma in un modo che non possiamo capire. Lui è sceso nell’abisso; ha visto il buio; ha trovato il suo amore ed è tornato. La maggior parte della gente crede che la notte sia l’assenza completa di luce, ma non è così. Solo dopo averla persa puoi davvero vederla.»
«Cosa?»
«La vita!»

Sono pronta. Ho passato dieci anni a scappare dal buio e adesso sono qui, in ginocchio nelle sue viscere, a vendermi come una puttana, solo per poter tornare a vivere, solo per riportarti indietro con me, Euridice. Le gocce cadono nelle pozzanghere e cantano una nenia senza fine. Il lago è immobile, come un gigante morto.

Spengo la luce.

Eccolo, il buio afferra i miei occhi, dilagando in un secondo come il fumo delle ciminiere. È ovunque adesso. Non riesco respirare. Spalanco la bocca e cerco di azzannare l’aria. La mano parte per riaccendere il faretto …
No! Adesso no, non scapperò più.

È un limbo, sospeso nel nulla, senza tempo, privo di spazio. È il vuoto. Ho gli occhi dilatati, ma nessuno sforzo riuscirà a delineare una forma nel niente che avanza. È questo il dominio del Buio. La vera assenza di luce. Questa è l’oscurità a cui non potrà mai abituarsi nessun occhio umano. E più il tempo scorre più si fa pesante. Non c’è adattamento, non c’è sfumatura di grigio o profilo di roccia. È l’utero della terra. E la dea mi culla. Il respiro si calma, rallenta. Non ho più paura.
Ho perso la percezione del tempo, credo di essermi addormentata oppure sono sempre stata sveglia, cosa importa? Il buio mi entra nello stomaco ad ogni respiro, come un’esalazione. Mi trasforma in quello che vedo. Divento parte di un nero impenetrabile, eterno.
Sono un niente che dilaga in un spazio indefinito, senza limiti di carne. Non esiste materia. Il buio mi regala la sua pace e la sua eternità.
E ora, priva di consistenza, posso viaggiare verso nuovi lidi persi nelle profondità della terra. E qui che mi imbatto nel tuo odore, nel suono della tua voce. Sei sempre stata qui, il buio ti ha tenuta al sicuro per me. Nelle pieghe infinite dell’ombra, persa nel nulla, ritrovo la consistenza morbida delle tue membra.

E poi la realtà stupra il mio sogno.
«Giulia! Giulia?»
Non ho più percezione del mio corpo, né della mia bocca. Mi sembra impossibile parlare o muovere le braccia. Lascio che mi trovino.
« L’ho vista, è laggiù, nel lago!»
Ho gli occhi chiusi, eppure vedo le macchie giallastre sputate dai faretti. Mi hanno trovata, ma non ha senso muoversi. Qualcuno mi afferra per le spalle, mi trascina, mi picchietta sulle guance.
«Giulia! Rispondi Giulia!»
Il viaggio è finito, ti ho trovata Euridice, ora devo tonare. Riapro gli occhi. Sono stordita. Non distinguo le sagome.
«Stai bene?»
Non posso muovermi. Qualcuno mi carica sulle spalle. Credono che sia caduta e abbia sbattuto la testa. Ero immersa nell’acqua ghiacciata. Risaliamo. Mi agganciano alla corda del primo pozzo. Lentamente mi issano. Mentre il freddo mi abbandona, scivolando via, riprendo conoscenza. Nico è in cima al pozzo e mi prende per le spalle.
«Giulia! Ei, ce la fai a camminare?»
Annuisco. Mi aggancia alla corda e lo seguo lungo la fenditura. Ventre e seno contro la roccia, il volto puntato contro la schiena di Nico. Sto tornando. Le braccia e le gambe si fanno più forti, le dita stringono di più la corda. Ecco la cascata e il ponte sospeso su un regno inviolabile. Siamo alla risalita del secondo pozzo.
«Ti aggancio. Ti tireremo su. Giacomo è in cima, ti prenderà lui.»
Accade tutto troppo in fretta. Avverto gli strattoni della corda mentre i ragazzi tirano. Sbatto gli occhi per riassaporare il ritorno. Guardo in basso e il buio si allontana, come sgattaiolando via, un compagno fedele che mi saluta, mentre mi salgo verso un luogo dove lui non può seguirmi. Alzo gli occhi. Sono nella vulva della terra. Il lungo pozzo verticale è il mio sentiero verso una nuova vita. Lassù, in cima, la luce, è solo uno strappo nella pietra e si fa sempre più grande.
Vedo l’orlo del pozzo, la superficie della terra e poi le mie mani che afferrano la corda e tirano su tutto il mio peso. Lancio una mano nel nulla sotto di me, come ad afferrarti. Ti porto con me amore, tornerai ancora una volta. Ti porto fuori con me … ora!

Il calore mi graffia le guance, la luce mi acceca. È la vita. Risorgo. Sguscio fuori come un neonato e striscio, mi accascio sull’erba. Giacomo è in piedi e mi getta una coperta addosso.

Adesso me ne sto qui, seduta a guardare la valle, il campo coltivato, lo sfondo pallido verso Monopoli. Gli uccelli disturbano gli alberi con le loro canzoni.
Forse Orfeo riuscì davvero a riportare Euridice con sé, in un modo che nessuno oltre me può comprendere. Io sono scesa nelle viscere del mondo, ho guardato il buio negli occhi, lui mi ha concesso di ritrovarti e io sono tornata, con te.
Il sole è prepotente, scalcia e inonda.
È questa la luce. Ora la vedo.
Sono pronta.

You must be logged in to post a comment

Login

IL NOSTRO BLOG

IL VINCITORE

L'OPERA VINCITRICE del contratto di pubblicazione e distribuizione nazionale con la casa editrice CARATTERIMOBILI è:

sljpg

IL BOOKTRAILER PIÙ BELLO

Il premio " IL BOOKTRAILER PIÙ BELLO" va a FINESTRE INCENDIATE di Anna Rita Martire

Finestre incendiate

MENZIONE EDITOR

La MENZIONE EDITOR a cura di Alessandra Minervini, docente e consulente della Scuola Holden, va all'opera LO SPUMONE. MORTE SOSPETTA IN PIAZZA CIAIA di Leonardo Cassone

Lo Spumone

Commenti recenti

Privacy Policy
Vai alla barra degli strumenti