Wafer 13 – W. F. Murano – M. Marino

Wafer 13 – W. F. Murano – M. Marino

William Francesco Murano 10 comments
Spazio Libero

Apro gli occhi, sbatto forte le palpebre per farle abituare allo scuro lugubre, devo ripetere l’operazione più volte, gli occhi non vogliono proprio abituarsi. Devo essermi appisolato, il materasso non era poi così male, e che avevo una stanchezza che sarei crollato in braccio al nemico pur di dormire un po’, non sono più abituato a dare calci e a spezzare ossi del collo.
– Lana. – Parlo da solo, ho sognato di Lana, del momento della sua scoperta. Il sogno mi ha reso felice e desideroso di sentirla.
– Lana. LANA… oh merda. – Lana è ferita devo assolutamente andare da lei. Mi butto le mani sul viso dalla disperazione e non tocco gli occhiali. Ho un bisogno disperato delle mie lenti, sono miope, c’è buio e non vedo un cazzo. Incomincio a tastare sul letto, sbuffi di polvere si alzano anche ora, imperterrito continuo la ricerca.
– Gli occhiali … – sono ormai sicuro di averli persi chissà dove. Le ultime ore sono state cosi frenetiche e intense da non riuscire a fare mente locale.
– Cosa! – Ancora parlo da solo, non devo stare cosi bene, ma non ci penso minimamente a tornare dalla psico-robo-stronza. Tasto con delicatezza. Ho toccato qualcosa, sono eccitato come un bambino che scarta un pacco a Natale.
– Siiiiiiiiiiiii – Sono i miei occhiali di finta celluloide. Attivo lo ionizzatore automatico e li rimetto in viso. Non so come sia possibile, ma sono ancora con me. Non vedo un granché comunque in questa stanza buia. Trovo subito la porta e mi dirigo là.
– Lana ora vengo a cercarti. – Adesso che ho i miei occhiali nessuno potrà fermarmi.
– Signore.
Faccio un balzo in alto di un metro. Non ho avuto paura in mezzo a nemici pronti a uccidermi e ora mi cago sotto per una voce in una stanza buia.
– Signore.
Ora che sono lucido capisco che è la voce di un bambino che proviene da dietro di me. Possibile che abbia dormito con qualcuno nella stanza e non me ne sono reso conto?, possibile che mi sia stancato fino al punto da aver perso i miei cinque sensi da caporal maggiore? Do un’occhiata veloce per la stanza e vedo solo delle ombre di grigio. Decido di soffermarmi meglio, anche se dalla finestra sprangata filtra poca della già debole luce lunare. Alla destra c’è il letto, alla sinistra un comodino, e per terra sembra ci sia il resto della lampada e qualche altro aggeggio. Poi …
– Signore si avvicini.
Scatto verso sinistra per permettere alla vista di mettere a fuoco il punto da dove è arrivata la voce, lo sguardo si ferma sul comodino. Decido di dare ascolto alla voce e mi avvicino.
Quello che sembrava essere un mobiletto dalla forma squadrata da vicino dà l’idea di una grande scatola di alluminio, vicino ci sono altre parti metalliche. Non capisco da dove possa provenire la voce. Provo a mettere ordine prendo in mano un tubo…
– Hiii hiii.
Una risata stridula proviene da vicino, butto via il pezzo metallico …
– Hai.
Indispettito, vado verso la fioca luce proveniente dalla finestra. Tiro un pugno e faccio un buco sul legno, con le mani lo allargo un po’ e permetto alla luce di entrare.
Vedere meglio non è che mi abbia aiutato molto, sto contemplando ciò che ho davanti, pezzi di metallo, alcuni tubi, un grande cubo, un cubo più piccolo. Prendo quest’ultimo, peserà circa un chilo, e mi avvicino alla finestra, lo metto davanti al volto. Su una facciata ha tre pezzettini di metallo che spuntano, l’altra facciata è una lastra di metallo piatto, su l’altra ci sono due buchi profondi e il resto è tutto piatto.
– Ciao.
Dalla lastra sotto i buchi è comparsa una linea diritta che poi in contemporanea all’uscita della voce la linea si è mossa formando la frequenza audio della voce.
– Cosa sei?
– Sono Iom-Avosi-Robot 32562-1
– Un robot?, mai visti modelli come te in giro!
– Sono un prototipo il resto del mio corpo e per terra.
– Quelli sono i tuoi pezzi, vorrai dire?
– Si gambe, braccia e busto.
Cosa doveva capitarmi? – Senti non ho tempo da perdere. – Lo poggio per terra e gli volto le spalle allontanandomi.
– Non andare via … ho bisogno di essere montato altrimenti non posso muovermi.
Mi volto prendo la testa e gli urlo in faccia. – Io odio le macchine, odio i wafer, e … – Con un dito, tocco le protuberanze sotto e prendo la scossa.
– … non sono mai stato bravo a montare le cose. – Danti a me, non c’è più il brandello di latta, ma c’è mia figlia Lana, all’età di circa sei anni, mi sta supplicando, spalancando gli occhi e buttando in fuori il labbro inferiore.
– Dai papà aiutami! – Mia figlia mi mostra la mano con tanti pezzetti piccoli tutti di forme e di colori diversi.
Mi metto affianco a lei e prendo la scatola, sopra c’è disegnato un elicottero. È un mio giocattolo di quand’ero bambino, ho pensato che fosse meglio di qui stupidi giochi di oggi, quei touch-screen che basta mettere un dito su trascinare e sei in grado di muovere un personaggio. Impediscono ai bambini di sviluppare la sensibilità del tatto e la vera tridimensionalità degli oggetti. Io in realtà ci giocavo pochissimo con i lego e, infatti, qualche scatola è rimasta intatta fino ad adesso.
– Ok, non ci ho giocato da piccolo, ma ora è arrivato il momento.
– Siiiii.
– Allora da dove si parte per fare l’elicottero?
– Papàaaaa. – Mia figlia mi guarda di nuovo con la faccina da supplica.
– Cosa c’è adesso?
– Io non voglio fare l’elocottero.
– si dice Eli-cottero.
– Eli-cottèro. – dice sbagliando l’accento e mi fa vedere tutta la sua lingua. – Prrrrrrr. – Mi fa una pernacchia. – Papà mi aiuti allora?
– Cosa dobbiamo fare? – Dico con aria rassegnata.
Entusiasta mi risponde – Voglio fare un’astronave, cosi quando parti e mi manchi posso venire a trovarti.
Rimango senza parole, in questi casi ho imparato che bisogna fare solo una cosa abbracciarla forte. A volte sembra che i bambini vogliano giocare e invece in ogni loro piccolo gesto ci mostrano le loro paure e i loro sogni.
– Forza, mettiamoci a lavoro. – Dico pieno di energia, ma davanti agli occhi non ho più mia prima figlia, ma la testa parlante di Iom.
– Oh … che bello allora mi aiuti, ci metteremo pochissimo tempo.
Mi sono rovinato con le mie stesse mani.
– Ok, ok, però sbrighiamoci. Cosa devo fare?
Monto le braccia e le gambe, ogni pezzo ha un connettore che s’incastra al busto dove ci sono i buchi per completare l’incastro. I connettori sono elettrificati e ogni volta che sono vicino per effettuare l’incastro, come una calamita, il busto richiama il suo pezzo mancante, tirandolo a se. Ora che è montato ha un aspetto molto buffo. La testa quadrata con due grassi buchi profondi e la bocca che compare solo quando parla gli danno l’aria di continuo sbalordimento. Un robot ingenuo in uno stato di meraviglia persistente. Il busto è sempre un cubo ed è quello che mi sembrava un comodino, al centro ha uno sportello con quattro manopole all’interno di ogni angolo. Le braccia e le gambe, sono fatte da tubi metallici flessibili molto grossi in proporzione al resto, hanno le stesse dimensioni anzi sono identiche cambia solo il terminale che vi si aggancia, per mani tre gancetti mobili e al posto dei piedi un parallelepipedo rettangolo in metallo.
– Adesso devi avviarmi.
– Cosa?
– Ho detto devi avviarmi.
– Che cosa succede se ti avvio? – forse sono stato troppo precipitoso, non vorrei fare come Frankenstein che prima crea il mostro e poi se ne pente.
– Potrò fare ciò per cui sono stato creato, servire il mio padrone.
– Chi è, e dov’è il tuo padrone?
– Eravamo in quest’albergo per una conferenza, l’ingegnere che mi ha progettato stava preparano la presentazione, mi ha tolto dalla valigia, e poi è iniziato un via vai continuo, lui è scappato via di corsa, ho sentito forti rumori e poi nulla fino al tuo arrivo.
– Andresti alla sua ricerca?
– Io sono stato programmato per servire chi mi dà l’avvio, sarà lui il mio padrone.
– Per cos’altro sei programmato?
– Ho solo poche leggi da rispettare. Prima Legge: non posso recar danno a un essere umano né posso permettere che a causa del mio mancato intervento, un essere umano riceva danno; Seconda Legge: devo obbedire agli ordini impartiti da chi mi darà avvio, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; Terza Legge: devo proteggere la mia esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.
– Ok ti darò avvio, potrai essermi utile. Cosa devo fare?
– Aprire lo sportellino!
– Come si apre?
– Devi tirare le due manopole in alto e lo sportello si sgancia.
– Non mi sembri cosi sofisticato come Robot!
Apro lo sportellino e sono inondato da una luce rossastra, ci sono tre membrane all’interno, che pulsano leggermente.
– Cos’è? – Non mi aspettavo che ci fosse qualcosa di vitale dentro quattro pezzi di latta saldati malamente.
– È la mia batteria, una sacca contiene ossigeno, una idrogeno, grande il doppio, e la sacca rossa contiene acqua e un’altra sostanza, ma non sono stato programmato per rivelarla. L’idrogeno e l’ossigeno provocano una combustione a freddo, lo scarto di questa è acqua, che poi viene scissa per formare nuovamente idrogeno e ossigeno, ho una durata infinita.
In mezzo alle sacche c’è un pulsante. Per quanto ne sappia, potrebbe essere una bomba, idrogeno e ossigeno sono esplosivi. L’istinto mi fa premere il pulsante.
A un tratto sono sbalzato all’indietro, Iom in preda ad una festa inizia in modo impacciato a saltellare per la stanza, poi corre e mi abbraccia.
Ma io non ho nulla da festeggiare. – Lana. – Per un attimo l’avevo dimenticata.

10 Comments

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William Francesco Murano

luglio 24, 2015 at 4:07 pm

L’autrice del disegno la potete trovare su facebook con il nickname: Monik’art Ciabattini.

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William Francesco Murano

luglio 24, 2015 at 4:10 pm

le leggi della robotica sono per quattro quinti da attribuirsi ad Asimov. Anzi ho modificato solo un po’ il merito è tutto suo.

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William Francesco Murano

luglio 24, 2015 at 4:14 pm

Grazie a Monik’art Ciabattini per avermi ispirato. Wafer 13 lo dedico a te.

Dopo aver letto wafer 12 e visto il tuo disegno non riuscivo più a togliere l’immagine di Iom dalla testa, e per farla uscire ho dovuto scriverne.

Marcello mi diverto sempre di più.

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William Francesco Murano

luglio 24, 2015 at 4:15 pm

NRNC

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William Francesco Murano

luglio 24, 2015 at 5:28 pm

*Sono un prototipo il resto del mio corpo è per terra.

Ho mancato l’accento.

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William Francesco Murano

luglio 24, 2015 at 5:51 pm

non sono mai stato bravo a montare le cose. – DAVANTI a me.

c’è da correggere anche Caporal Maggiore.

;p

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Marcello Marino

luglio 25, 2015 at 9:21 am

devo scappare di nuovo
ma scriverò, anche sotto l’ombrellone ma scriverò?

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Marcello Marino

luglio 26, 2015 at 12:16 pm

A essere realista, avrei dovuto ammettere a me stesso che sarebbe stato impossibile scrivere da sotto l’ombrellone ma ci ho creduto. NON ho scritto Wafer 14… vediamo se ci riesco ora.

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Stefania Robassa

luglio 26, 2015 at 5:29 pm

Mi piacciono i vostri Wafer a quattro mani! Siete il mio appuntamento fisso al mare, tra un tuffo e la spalmata di olio solare, tra la connessione internet claudicante e le tempeste di sabbia dei bimbi incuranti. Aspetto con ansia il 15° Wafer
…ciao ragazzi e complimenti 🙂

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