Yoga (Incipit di un noir, INEDITO come sempre non riletto e non corretto)

Yoga (Incipit di un noir, INEDITO come sempre non riletto e non corretto)

Marcello Marino No Comment
Spazio Libero

Ci vuole autocontrollo, diceva il mio maestro di yoga.
Lui ora è dentro perché tornando a casa ha trovato la moglie a letto con un altro e li ha uccisi entrambi.
Ho letto la notizia sul giornale e non mi ha stupita più di tanto, lei lo tradiva da sempre, da quel che ricordo, almeno da quando si erano conosciuti.
Lei già stava con “L’altro” da molto prima che si conoscessero.
“L’altro” era il suo fidanzato da sempre ma il mio maestro non lo sapeva, il mio maestro veniva da fuori e non conosceva i pettegolezzi paesani, cose note a tutti ma delle quali i forestieri venivano tenuti all’oscuro.
Quando scese per la prima volta al capolinea dei pullman, lo notai subito.
Era un giovane con i capelli lunghi e mossi, forse un po’ troppo magro ma con la salute e la serenità nello sguardo … Certo che potevo vedere tutti questi particolari, io abitavo al primo piano proprio difronte il capolinea …
Mi affascinò e ai tempi ero appena stata lasciata da Alessandro uno stronzo egoista, ignorante, ottuso che se ne andò dicendomi: “ho bisogno della mia libertà, tu mi opprimi, non riesco ad essere me stesso con te al mio fianco.”, infatti è riuscito ad esprimere sé stesso dopo un mese mettendo incinta Arianna la mia compagna di banco al liceo.
Meglio così, io non volevo un marito ragioniere e una doppia carrozzina per gemelli.
Io volevo solo… Non so cosa volessi in realtà ma volevo Alessandro, e quel giovane affascinante sceso dalla corriera mi fece distrarre.
Mi affascinò a tal punto che quando incrociai il suo sguardo, corsi dentro per la vergogna, chiusi la finestra e cominciai a guardarmi allo specchio.
Ma cosa avrà pensato di me? Una con un mollettone rosa sulla testa, con una canotta verde e quell’enorme, orrendo brufolo rosso e giallo, pronto ad esplodere, che si stagliava sulla mia fronte. Per non parlare della cellulite che allora strabordava fuori dai pantaloncini fuxia rubati alla mia sorellina più piccola. Che orrore ero? Per fortuna che scappai via prima di subito.
Forse se non fossi scappata e gli avessi fatto un cenno, chissà, forse non l’avrebbe mai incontrata.
Ricordo che mi avvicinai lentamente alla finestra facendo attenzione a non farmi vedere, non era più accanto alla fermata e quindi riaprii la finestra per far entrare un po’ d’aria.
Ritornai a cercare la brezza ripoggiandomi alla ringhiera e sentii una voce: “Scusi! Scusi signorina! Scusi!”, doveva essere proprio la sua, aveva un accento che ricordava quelli del centro ma non avrei saputo distinguere da dove venisse né quali fossero le sue origini, la sua voce era calda e mi piaceva.
Mi girai nella direzione da cui proveniva quella voce e lo vidi mentre fermava Letizia: “Scusi signorina, posso chiederle un’informazione?”
Lei si girò e lo guardò con fare sospettoso, poi gli sorrise e col nostro accento pieno di vocali aperte e C strascicate: “Certo mi dica, in cosa posso aiutarla?”
: “Ecco, sono appena arrivato e mi hanno detto di cercare la pensione “Jolanda”, sa dov’è?” con voce imbarazzata e stanca.
Lei gli sorrise ancor di più: “Ma sì, qua dietro è! Proprio difronte la fermata della corriera.”
La pensione Jolanda era ed è la nostra attività di famiglia da quando mia nonna, rimasta vedova, l’aprì per mantenere i suoi quattro figli tra cui la maggiore era mia mamma.
Quel giorno ero io che avrei dovuto pensare all’accoglienza per la pensione, e tutti erano andati al mare, compresa la nonna che di solito rimaneva a controllare che io non facessi danni.
Suonò il campanello della pensione e mi precipitai al citofono: “Chi è?” sapevo già che fossero loro ma in che altro modo avrei dovuto rispondere?
: “Ciao Jolanda…” a proposito, anch’io mi chiamo Jolanda: “… sono Letizia, ho portato un cliente per la pensione.” Cosa avrei dovuto risponderle? Io ero un disastro di donna o simil-donna e una volta premuto il pulsante avrei aperto il portoncino della piccola sala d’attesa al piano terra.
: “Sì, apro ma voi nel frattempo accomodatevi sulle poltroncine all’ingresso. Finisco di rassettare la stanza e sono subito da voi.” Avevo solo qualche minuto e mi sarei dovuta rendere, almeno, presentabile in quel poco tempo.
Lanciai via canotta e pantaloncini, aprii l’armadio e m’infilai un vestino bianco e fiorato, lavai i denti e corsi giù.
Le scale che portano al piano terra conoscono bene il mio fondoschiena e anche quella volta riuscii a farmi palpare a dovere dagli ultimi tre gradini.
Nelle mie orecchie c’era la sonora risata da gallinaccia di Letizia e davanti i miei occhi una mano tesa per aiutarmi, che bella mano aveva, aveva le classiche mani da pianista, con dita lunghe, affusolate ed eleganti e poi, un sorriso così gentile e puro.
Ecco, lui era puro.
Lui non avrebbe mai immaginato di diventare, un giorno, la vittima di una grande presa in giro, di una truffa dell’anima e che truffa.
Aveva sospettato che ci fosse qualcosa, certe battute delle persone, altri campanelli d’allarme ma lui non voleva credere al fatto che lo stessero prendendo in giro senza alcuna pietà.
Lui non poteva, ne sarebbe uscito distrutto.
Disilluso è il termine appropriato, ciò che aveva vissuto era solo una finzione con un secondo fine.
Più che truffa, credo che per lui sia stata una delusione, LA DELUSIONE!

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